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Ecco un interessante articolo sui Tredici. Furono proprio i Tredici che nel 1922, dopo un silenzio di circa 22 anni, ripresero la tradizione della Scampanata. Varie persone fecero parte di questa Società. Oltre quelle citate nell’articolo hanno fatto parte della Società anche Ugo Leonardi, Moschino, lattoniere; Probo Palombini, tipografo; Clemente Stefanelli; Alessio Magrini. * * * La Società dei TREDICI Gigi Nono - 3 giugno 2000
Dopo il primo conflitto mondiale, al quale anche Anghiari dette un notevole contributo di uomini e, purtroppo, di morti, la società che usciva dal grigio-verde militare sui ricomponeva nel civile dal regime di guerra. Ad Arezzo era sorta la Società del Gatto Nero, composta da gaudenti elementi epicurei i quali si radunavano periodicamente in località diverse per dar luogo al loro simposio conviviale. Una volta si adunarono anche in Anghiari, in una locanda locale; ricordo il loro stendardo issato fuori della porta nel quale figurava un Gatto Nero in campo azzurro. Anche Anghiari ebbe la sua Società di consumo mangereccio, fondata per scaramanzia sul numero 13 che era il corrispettivo dei suoi componenti. A questo proposito avevano adottato l’inno scritto dal M° Enea Gentili, musicato dal M° Vito Carlotti, che diceva: “… se noi fossimo dodici, già non saremmo tredici, ma d’essere quattordici motivo non abbiamo.” I personaggi componenti quella società appartenevano al medio ceto popolare, dove prevalevano artigiani, commercianti e cacciatori. infatti in una foto che li ritrae radunati presso la Locanda di Nannicini in Tavernelle, vi figurano alcuni di loro, muniti dei loro fucili da caccia. Non era invece cacciatore il “Gastigo”, marito della Beppina modista, e neppure Romualdo, quello del “Botteghin del Lotto” il quale, con una ghirlanda in testa, avrebbe potuto costituire l’allegoria del dio Bacco. Ne faceva parte anche Tonino Inci detto Birsighella, forse perché aveva un addentellato con la città romagnola di Brisighella, e il Lallo suo fratello, bravo calzolaio, cacciatore fanatico il quale nei pomeriggi tra Agosto e Settembre andava, fucile in spalla, per la via del Carmine, in piazza di Siena a cucire le scarpe in attesa che passassero starne o colombacce. C’erano pure in quella società due Checchini: uno era il Domestici gestore della Posta, l’altro era il Testerini, cittadino in vista, il quale rappresentava nelle varie società il punto cardinale di riferimento. C’era pure il socio detto “Beppe del Fabbro” del quale mi è rimasto il ricordo della sua faccia annerita dal carbone della sua fucina, un volto irato dove spiccavano a contrasto due occhi cerulei, quasi bianchi. La Società dei 13 sorgeva in un paese che viveva il tempo della transizione economica cioè da quella di origine ottocentesca tutta agraria e artigianale a quella del caos derivato dall’evoluzione dei reduci combattenti in gran parte già ex contadini o braccianti, divenuti esperti operai meccanici nelle diverse industrie belliche le quli con la fine della guerra avevano cessate le attività. Avevamo in quel tempo una società in cerca di sé stessa e del proprio divenire. E intanto i Tredici adunati a convivio, sentendosi esponenti dell’intera società paesana, volgevano il pensiero ai problemi di sviluppo cittadino nei vari campi. Fu quello il tempo in cui sorgeva la prima industria calzaturiera (G.C. Ulivi e C.), la costruzione dell’acquedotto e le scuole nelle frazioni. Ci furono pure attività culturali e di spettacolo, patrocinate dalla stessa Società dei 13. La crisi economica del 1929 calò il sipario su quella prospettiva di sviluppo sociale ed economico; una pausa che durò 25 anni, un tempo di arretramento che ancora ci turba. |
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In attesa del duemila Francesco Bonarini, Presidente della Società della Scampanata - 31 maggio 1995
Proprio così. Questa Scampanata si è svolta tutta all’insegna e nell’attesa della prossima che si svolgerà, salvo eventi eccezionali, nell’anno duemila. L’allegria, il divertimento e l’amicizia sono stati i motivi per i quali duecento persone si sono ritrovate in piazza Baldaccio alle sei del mattino durante tutto il mese di maggio.Quest’anno, seguendo la consuetudine delle edizioni anteriori al 1980, abbiamo riportato a tre gli appuntamenti settimanali. In questa edizione non sono mancati spunti di novità ed il fatto, importante secondo me, che ormai il quinquennale appuntamento è da tutti atteso e già diversi mesi prima si comincia a parlare di questo eccezionale e periodico avvenimento. Dovendo fare il resoconto di questa edizione possiamo senz’altro affermare che sono stati ottenuti diversi primati. Numerosi i giovani iscritti (58) e, cosa più allettante per i soci della Scammpanata, il più alto numero degli scarrettati: ben undici. Fra gli avvenimenti strani e inconsueti rimarrà per molto tempo il fatto di avere colto due soci a letto e insieme(!): si tratta di Giovanni Ghignoni detto il Musichiere e di sua moglie Carla. Farli salire assieme nel carretto per la giusta punizione è stato per noi un divertimento in più e per loro si è rivelato come un secondo viaggio di nozze. Se va a tutti gli scarrettati il riconoscimento della loro simpatia, nell’accettare la giusta punizione, non posso non segnalare la classe di Emanuele Fontana (il Ghiro), salito sul carretto da perfetto gentiluomo con tanto di giacca bianca e farfallino, che a testa alta ha affrontato il supplizio e la “piazza”. Fra i punitori permettetemi di ricordare il simpatico “Lazzaron de Vieio” che, insieme agli ormai noti Capruggine e Celestino, ha ravvivato le quasi quotidiane scarrettate. Un immancabile saluto va anche a quel “brinsellone” del Maschio che più matto di così non poteva essere. Con il pranzo sotto “Le Logge” e la consegna del giornale e della foto, riservati ad ogni socio, si conclude oggi la Scampanata edizione 1995. Questa festa dovrà essere ricordata per almeno cinque anni e ogni socio dovrà essere orgoglioso di avere fatto parte della Società della Scampanata che da domani cessa il suo periodo di attività per tornare in letargo fino al... duemila. Siamo grati ad Enti ed Asscociazioni, in particolare alla banca di Credito Cooperativo di Anghiari, e anche ai privati, che ci hanno aiutato nella realizzazione di questa edizione della Scampanata. Siamo grati anche agli abitanti di Anghiari vecchio per averci sopportato e, ci scommetto, senz’altro riso delle nostre stramberie.
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Queste parole le firmo davvero Giovanni Santi
Prendetele come un pensiero ‘estraneo’ sviluppato da chi, dentro al fatto, attivo nel tramandare, frequenta il suo paese per l’occasione, guarda, vede e rivede gli uomini “d’Anghièri” e lui stesso -per carità!- con loro. In realtà salta e sobbalza agli occhi l’integrazione completa della Scampanata nel rendiconto sentito del paese, come cosa da sempre avvenuta. Di fatti non son più di quindici anni che l’evento è riapparso o meglio, come scrive la nostra affezionata Emi De Simoni (indigena acquistata studiosa di ‘cose nostre’) è rinata “...per volontà di pochi e sopravvive per l’adesione di molti.” Sforzandosi poi non molto, si può onestamente rimembrare che giusto fino al 1980 la Scampanata era un (mis)conosciuto ricordo, evocato da qualche ‘Grande Vecchio’ anghiarese a stizza e rimorso perpetuo dei giovani viventi sconsiderati. E ci siamo! Eccoci - non volendo- nel luogo più condiviso, più comune del Comune (inteso come Amministrazione) dove la popolazione tutta trova l’unità spirituale: il pessimismo. Proprio così, da che si formò il primo nucleo di proto-anghiaresi, concetti decadenti, riferibili alla candela che si spegne, all’orazione al capezzale del morente (ridente) paesello, alle fughe massive degli abili giovani verso lidi più promettenti, si diffusero come una delle caratteristiche genetiche che ci contraddistingue. Allo stesso modo si rammenta dei passati fasti (?), delle andate gesta e degli eterni scippi di femmine, chiavistelli e in ultimo anche di cibi perpetrate dagli infami borghesi, atti solo al ratto. L’orgoglio rivive - il medesimo di mille anni fa - caldo più che mai nel nostro georgico cuore. Ci piace e può essere bello. Intendiamoci non voglio dire che la Memoria della manifestazione sia cosa recente e che perciò (per estensione del concetto) la tradizione sia ad uso di chi, passante del primo mattino casuale e assonnato ci identifichi in semplice ‘Roba da Matti’. No, la Scampanata non è una rievocazione storica di chissà quale antico misfatto. Non sono necessari stupiti sguardi per renderci consapevoli della nostra ristretta (!) identità. Credo che la Memoria della tradizione nostra sia più o meno consapevole, più o meno incosciente in ognuno di noi, che spesso non si sappia come definirla, ma che netta la si senta, come sentire presente. Non ci possiamo ricordare di battaglie combattute sulla pianura ma similmente svegliarsi, sul finire di giungo nel fresco di una notte, armati di spada, di lancia e con il fiato spezzato dalla fatica di uno scontro all’ultimo sangue. In modo non diverso si può sentire un profondo attaccamento alla rinascita, al risveglio della terra, ogni anno sicuro e per questo rimanere turbati, fortemente colpiti per il ritardo di una primavera scellerata, dimentica di ritornare. Io la vedo così - ma non solo io - : un giorno di questi, un giorno come poteva essere Martedì o Giovedì, ma perché no Domenica della settimana scorsa o (meglio) del mese scorso, un “bordellotto d’Anghièri” al mattino non si svegliò, non risvegliò puntuali le sue membra e non si presentò preciso ad un impegno d’amici; di nome Primo, primogenito appunto di una famiglia di quattro figlioli (quello che sta all’inizio), e di cognome Vere -così m’han detto- insomma fu raccolto assopito dal suo letto e di scherzi colpito, sino a renderlo irriconoscibile simbolo grottesco, a renderlo qualunque (per chiunque), sino a destarlo. Si dice anche che, portato a casa per lavarsi, ben presto fosse di ritorno. Pulito, mondato appariva in piazza. Lucido, brillante e luccicante di ‘vita nova’, nettata, e di gran vigore appariva a tutti e... ... e tutti contenti. |
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Uno sguardo esterno sulla Scampanata Emilia De Simoni
Come spesso accade a chi si occupa oggi di fenomeni tradizionali, la mia attitudine prevalente, nel corso della ricerca, è stata quella di scoprire e indagare situazioni che risultassero ricollegabili al passato. Questo modo di procedere non tiene debitamente conto del presente, che viene quasi a configurarsi come un termine di paragone o contrasto. Si cercano le cose rimaste, si intervistano gli anziani, si documenta il possibile, prima della perdita. Nel mio caso una sorta di rovesciamento prospettico si è verificato quando ho iniziato a esaminare con più attenzione, e al di là dell’ansia di documentazione audiovisiva, il fenomeno della Scampanata. È stata questa un’occasione di cambiamento del mio atteggiamento nei confronti degli “oggetti” che andavo indagando. Trattandosi di una tradizione riemergente, non ho potuto evitare di riflettere sul contesto contemporaneo dal quale questa tradizione risorgeva, e sulle motivazioni della sua rinnovata vitalità. Osservando questo evento significativo per la comunità, ho potuto comprendere meglio anche altri aspetti della cultura locale. È ovvio che tutti siamo partecipi degli stessi modelli imposti dalla società contemporanea, ed è inutile sottolineare l’incidenza dei mezzi di comunicazione di massa e delle tecnologie, sarà sufficiente dire che in certi luoghi la riaffermazione di una identità sociale si può esprimere sulla base di caratteristiche tradizionali, attraverso una loro originale rielaborazione. Il mio sguardo esterno, ma non troppo, alla situazione mi ha portato a una doppia lettura della Scampanata: in rapporto a una sua contestualizzazione nel presente, e affrontando un percorso retrospettivo. Si può iniziare ricordando come questo evento festivo condivida alcuni aspetti tipici di un rituale europeo chiamato “charivari”: la derisione collettiva di chi ha infranto una regola del comportamento sociale, l’uso della musica e del rumore prodotto con strumenti improvvisati, il trasporto della vittima, la prevalenza partecipativa di bande giovanili. Tuttavia la ciclicità della Scampanata, la sua durata e, soprattutto, la motivazione (la punizione si attua contro chi non si è svegliato per tempo), sembrano differenziarla da altre forme conosciute di “charivari”. Più simile allo “charivari” erano in questa zona le “cocciate”, eseguite contro i vedovi che si risposavano o contro chi si avviava alle nozze in tarda età. Evidente appare inoltre, nella Scampanata, il collegamento con il carnevale: lo spazio aperto della piazza, il comportamento trasgressivo, la mascheratura causata dall’imbrattamento, che coinvolge, oltre la vittima, anche i partecipanti, la presenza significativa della musica e del chiasso. Di questo “charivari” si può dire che, in un contesto di economia prevalentemente agricola, l’importanza assunta dal risveglio primaverile ha trovato espressione in una rappresentazione collettiva, rispondente ai bisogni della comunità: attribuire la colpa della trasgressione contro l’ordine naturale degli eventi a un singolo individuo, ed espellere quindi il male attraverso il compimento del rito, ripristinando in tal modo l’ordine. Se consideriamo la storia recente della Scampanata, vediamo come nel 1980, per volontà di alcuni cultori del folklore locale, sia risorta dall’oblìo del dopoguerra, per essere accolta con entusiasmo sempre crescente dalla comunità. Nel 1981 viene riproposta un’edizione straordinaria, al fine di rinsaldare la tradizione. Il numero dei partecipanti aumenta nel corso delle successive edizioni, e il clima d’attesa dei periodici intervalli quinquennali favorisce il senso di coesione della comunità nella preparazione del prossimo evento. Non si è mai certi se la Scampanata avrà ancora luogo, poiché l’impegno organizzativo è grande e la festa non si limita a un giorno. Ma la tradizione riemersa sembra trovare una corrispondenza nei bisogni della gente, soprattutto dei giovani, generalmente distaccati da quelli che vengono considerati residui del passato. Oggi l’economia della zona non è più prevalentemente agricola o artigianale: in una situazione largamente condivisa sul territorio nazionale la sopravvivenza è garantita dalle possibilità offerte dall’industrializzazione. Nell’ultimo decennio la crisi economica ha portato alla chiusura di alcune fabbriche e, di conseguenza, si sono ridotte per i giovani le occasioni lavorative. Le possibilità ricreative sono limitate, essendo privo il paese di cinema, sale da ballo e adeguati impianti sportivi. È forte il senso dell’identità locale, e la rivalità con i paesi limitrofi si esprime in episodi di aggressività scherzosa. Ai bisogni di una società coltivatoria incentrata sulla fertilità sono subentrati i bisogni di una comunità, che cerca di rassicurarsi attraverso l’identificazione. In questa situazione sembra collocarsi il momentaneo successo della riproposizione della tradizione charivaristica, come risposta culturale, tipica della zona, ai problemi della contemporaneità. In tale prospettiva si possono individuare nella Scampanata gli elementi che trovano l’adesione della collettività, oltre il divertimento tratto dalla partecipazione alla festa. Va sottolineato il tempo dell’azione, le prime ore del mattino, orario che rende difficile la presenza di osservatori estranei. Non è quindi un evento rappresentato per fini promozionali, la rappresentazione è ad uso e consumo interno, di chi del paese vi partecipa e verso chi, del paese, vi assiste dalle finestre o lungo le vie, senza lasciarsi direttamente coinvolgere. L’iscrizione alla Società della Scampanata obbliga i soci all’impegno mattiniero, riunisce dunque in un gruppo persone della stessa comunità che accettano di sottoposi a una sfida e a un confronto. L’associarsi rinsalda i vincoli di solidarietà e il senso di appartenenza alla collettività, favorisce il superamento dei conflitti attraverso la possibilità, sempre presente, di esprimerli, anche violentemente, nei confronti dell’eventuale vittima. Chiunque abbia la sfortuna di subire la punizione, avrà pur sempre tra coloro che la esercitano qualcuno che gli sia, se non proprio nemico, almeno in parte ostile. Se la vittima è un giovane, maggiore sarà l’aggressività espressa dal gruppo al quale appartiene, attualmente manifestata secondo modalità mutuate dalla tifoseria sportiva. Oltre le interpretazioni di chi osserva esternamente, l’evento fornisce le sue spiegazioni dall’interno. Durante un’intervista ad alcuni giovani è emerso come la partecipazione sia vissuta alla stregua di un assolvimento degli obblighi militari, vale a dire una sorta di rito iniziatico, inevitabile, verso l’età adulta. Le risposte più ricorrenti sottolineano l’orgoglio di contribuire al ripetersi di una tradizione che non esiste in nessun luogo, né in Toscana, né in altre parti del modo. Venute meno le esigenze di rassicurazione sull’ordine naturale del cosmo, che è presupposto per la rinascita e la fecondità della terra, manifestate nello “charivari” del passato, la Scampanata, “charivari” del nostro presente, assolve la funzione, altrettanto rassicuratrice, di una rigenerazione e di un rinsaldamento di un ordine interno, nella riaffermazione della propria identità di gruppo. |
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LA SCAMPANATA UN’ANTICA E ATTUALISSIMA FESTA EUROPEA Paolo Rossi
Nella cultura popolare europea le feste hanno sempre assunto un’importanza eccezionale all’interno delle comunità. Pasqua, Calendimaggio, Mezz’estate, Natale, Capodanno e Carnevale sono quelle più conosciute. In queste occasioni la gente non lavorava, si dava ai banchetti, a bere, a spendere. La festa si opponeva al quotidiano e diventava così tempo di spreco, mentre il quotidiano rappresentava momento di scrupoloso risparmio. Questa caratteristica veniva simbolizzata dagli abiti che la gente indossava per partecipare alle celebrazioni, che erano i migliori che essa possedesse. L’abbigliamento testimoniava che quello non era un giorno qualsiasi, non era “tempo quotidiano”, ma momento eccezionale da vivere degnamente. Un sociologo francese ha sostenuto che nelle società tradizionali l’uomo viveva “nel ricordo della festa e nell’attesa della prossima”. La festa forniva le motivazioni all’esistere. Prima di parlare di festa occorre però parlare di “rito”. Il vocabolo è così definibile: “uso di azioni volte all’espressione di significati, in contrasto con azioni svolte a fini più utilitaristici”. La vita quotidiana dell’Europa preindustriale era gremita di riti, religiosi e secolari. La chiesa medioevale ha assorbito tanti riti e festività precristiane facendole proprie. Il nostro Natale era, ad esempio, la festa dedicata al solstizio invernale. Infatti il “Dies Natalis Solis Invicti” celebrava il 25 Dicembre il trionfo del Sole, dopo che questo aveva superato la crisi del punto più basso del suo splendore. Nel giorno del “Sole Invitto”, che l’imperatore Aureliano desiderò a patrono dell’Impero Romano, e l’Imperatore Giuliano volle come massima delle sue divinità, il 25 dicembre divenne in epoca postcostantiniana il giorno della nascita di Cristo, che in precedenza veniva invece ricordato dai cristiani in altro periodo. La maggiore festa popolare dell’anno era nell’Europa Meridionale il Carnevale, durante la quale ciò che spesso veniva solo pensato poteva almeno per una volta essere espresso. La stagione del Carnevale iniziava a gennaio ed il luogo per celebrarlo era all’aperto, nel centro delle città. Si può considerare il Carnevale come una colossale rappresentazione teatrale, dove la piazza si trasforma in palcoscenico, la città in teatro e i cittadini in attori e spettatori. Non c’erano distinzioni tra questi: le donne dai balconi potevano lanciare uova sulla folla e le maschere erano spesso autorizzate a fare irruzione nelle case private. La gente si tirava addosso farina, mele, arance, secchi d’acqua. Nel Carnevale sussistevano tre temi principali, reali e simbolici: il cibo, dove avvenivano pesanti consumazioni di carne di maiale, il sesso, con numerose maschere e simbologie ad esso collegate, la violenza, che veniva sublimata nel rito attraverso aggressioni verbali e fisiche autorizzate. Claude Lévi-Strauss ha insegnato a cercare opposizioni nell’interpretazione dei riti e delle forme culturali. Nel caso del Carnevale vi erano due opposizioni fondamentali: quella fra Carnevale e Quaresima e quella tra Carnevale e vita quotidiana, che mutava in una sorta di “mondo alla rovescia”. Il Carnevale prevede anche una struttura tipica composta da: un corteo di persone, l’organizzazione di gare, la messa in scena di una farsa. Al repertorio di questi riti si attingeva anche in particolari occasioni, come quando occorreva infliggere punizioni pubbliche a cittadini colpevoli di qualche reato. Costoro venivano caricati su un carro o messi a cavalcioni di un somaro montato alla rovescia e portati in processione. Allo stesso modo del Carnevale, la gente partecipava in corteo, lanciando fango e sassi al condannato, che diveniva capro espiatorio di tutte le possibili trasgressioni. Uno dei riti di giustizia popolare era il noto “Charivari”, sorta di diffamazione pubblica intonata da una squadra sotto le finestre di qualcuno. Le pubbliche derisioni venivano posticipate fino al Carnevale, quando gli insulti diventavano autorizzati e permessi. La vittima rea di aver infranto una regola sociale (nel caso della Scampanata colpevole di essere un dormiglione) veniva trasportata in giro per le vie cittadine a dorso di un asino montato all’incontrario (il carretto rappresenta il mezzo di locomozione del condannato). Un corteo vociante accompagnato dalla percussione di pentole e padelle forniva la base musicale della processione dello sberleffo (l’orchestrina che suona la Marcia di Paiolo, inno ufficiale della Scampanata). Il “charivari” veniva messo in atto nei confronti dei maschi, che avessero sposato donne dissolute o verso chiunque si sposasse per la seconda volta. Le punizioni erano organizzate da individui che avevano parti di rilievo durante le feste di Carnevale. La monta dell’asino alla rovescia, la musica suonata con strumenti inusuali, fornivano l’esempio di un mondo sovvertito, disordinato. Un mondo quindi bisognoso di riordino collettivo. Il “charivari” era il rito che permetteva il ritorno alla norma, perché attribuiva la colpa della trasgressione ad una singola persona. Il “male” veniva così espulso attraverso il compimento del rito (prelievo della vittima e suo trasporto in processione) e l’ordine ripristinato. Le similitudini con la Scampanata ci sono tutte. L’originalità anghiarese sta nel riproporre un genere di questo tipo in forma pressoché integrale e soprattutto spontanea. Sembra che il rito del Charivari e riti del genere abbiano avuto funzione di controllo sociale, divenendo mezzi con cui una comunità esprimeva ostilità nei confronti delle persone che non seguivano le giuste linee di condotta, e scoraggiare così altre probabili infrazioni alle usanze tradizionali. Ma perché le classi dominanti del tempo permettevano queste feste? Si direbbe che i potenti fossero stati consapevoli delle enormi disuguaglianze di condizione sociale e potere in cui versavano i loro cittadini, e che la società in cui vivevano non sarebbe sopravvissuta (mettendo così a rischio i privilegi della loro classe dominante) senza queste “valvole di sicurezza”. Queste valvole avrebbero svolto il compito di liberare risentimenti, aiutando a trovare compensazione e sfogo alle frustrazioni (vengono in mente i “tafferugli” tra tifoserie opposte intorno ai campi di calcio). La Scampanata è sicuramente collocabile dentro un sistema di interpretazione del genere, ma questo non è sufficiente a spiegarne l’essenza, essenza costituita da una precisa identità regionale e da una componente non meno importante generata dal gioco e dal divertimento collettivo. Ecco come qualcuno in Francia nel lontano 1444 arringava a favore delle feste con caratteristiche di questo tipo: ”Facciamo queste cose per burla e non sul serio, come è antica usanza, di modo che una volta all’anno l’insensatezza che è innata in noi venga fuori ed evapori. Molte volte gli otri di vino e le botti scoppiano se non si apre ogni tanto uno “spiraculum”?...”. Il vino qualche volta faceva comunque saltare il tappo alle botti, soprattutto quando il rito non bastava più a canalizzare le energie sociali che si orientavano così alla contestazione. Infatti anche il tumulto di folla è considerabile una forma eccezionale di rito, con la differenza di essere un tentativo di azione diretta e non simbolica. Tuttavia i dimostranti usano ancora oggi il simbolo per legittimare la propria azione, attraverso pellegrinaggi e cortei da effettuare nei luoghi del potere.
Bibliografia di riferimento: Peter Burke: “Cultura popolare nell’Europa moderna” Ed. Mondadori, Milano 1980. |
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Scampanata da III Millennio Francesco Bonarini, Presidente della Società della Scampanata - 31 maggio 2000
Dopo tredici appelli mattutini si è conclusa questa Scampanata del duemila. Con l’orgoglio di coloro che hanno organizzato questa edizione, si può senz’altro affermare che è stato un pieno successo. Gli scarrettati di questa edizione, che poi sono coloro che hanno dato e danno vivacità e allegria a questa particolarissima festa, sono 8, anche se la percentuale degli scarrettati è però salita solo nell’ultima giornata: ben quattro puniti. Non so se il fatto di avere avuto pochi soci dormiglioni, escluso l’ultimo giorno, sia da attribuire più a paura per la giusta punizione che non al fatto che i Soci, dopo tante scampanate, sono migliorati e sono belli vispi anche alle sei del mattino. Come numero di soci comunque abbiamo superato abbondantemente tutte le precedenti edizioni. Anche il pranzo, che oggi conclude la Scampanata del 2000, è stato preparato con tutti gli accorgimenti in modo tale che tutti i partecipanti abbiano un gradito ricordo di questa giornata e di tutto il mese di maggio appena trascorso. Mi sento in dovere di segnalare l’episodio che ha visto partecipe Andrea Merendelli che, solo per una scommessa, ha saputo affrontare il “supplizio” del Carretto. Il suo comportamento è stato esemplare, simpaticamente in sintonia con i suoi “aguzzini”, confermando che la parola data va comunque mantenuta. Un sincero ringraziamento a tutti i Soci di questa edizione, alle persone che ci hanno sopportato nei nostri poco silenziosi appuntamenti mattutini e in particolare a quegli anghiaresi che ci hanno incoraggiato nel nostro lavoro. Il plauso più sincero al Concertino che ha saputo dare allegria a tutta la manifestazione. Arrivederci al 200.... |
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