“E dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi”

levi_sistemaperiodicoIl 5 agosto 2018 ricorrono gli ottant’anni dall’uscita del primo numero di La difesa della razza, la rivista fondata da Telesio Interlandi per sostenere la superiorità degli “ariani”, che fornì la base culturale sulla quale il fascismo innestò le norme razziste emanate di lì a pochi mesi. E, nella settimana in cui si ricorda la “memoria” dell’Olocausto e della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, da parte dell’Armata Rossa, questa coincidenza non deve passare inosservata.

Sarà certo il momento giusto per leggere o rileggere, nelle scuole, a casa, i classici di Anne Frank e di Primo Levi (da Se questo è un uomo a La tregua). Ma potrebbe essere stimolante anche un libro di Levi che viene troppo spesso trascurato. È Il sistema periodico, pubblicato nel 1975, disponibile nell’edizione Einaudi: sono ventuno storie, ognuna porta il titolo di un elemento chimico al quale si ispira (Primo Levi era un chimico di professione, lavorava in una fabbrica di vernici, come Sherwood Anderson nell’Ohio o Italo Svevo per un certo periodo a Trieste), ognuna racconta un momento autobiografico, solo due sono di fantasia e sono le prime prove narrative di Levi.

Bisogna leggere Il sistema periodico non solo perché è considerato uno dei migliori libri “di scienza” mai scritti al mondo, ma soprattutto perché è un testo che, come il ricercatore, si serve della scienza per spiegare la vita; si serve della Materia, l’alleata, contro lo Spirito, il nemico, tanto caro al fascismo; spiega che occorre diffidare del “quasi uguale” (il sodio, dice Levi, è quasi uguale al potassio, ma provate a mettere quest’ultimo, invece del sodio, in un palloncino di benzene e vedrete se c’è differenza…), «del praticamente identico, del pressappoco, dell’oppure, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. Le differenze possono essere piccole, ma portare a conseguenze radicalmente diverse […]; il mestiere del chimico consiste in buona parte nel guardarsi da queste differenze, nel conoscerle da vicino, nel prevederne gli effetti. Non solo il mestiere del chimico».

Ecco, dunque, che la chimica diventa “politica”, ma anche “poesia”: «Che vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi: e che quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le rime!»

Ma perché proprio questo libro per ricordare l’Olocausto? Perché Primo Levi, che dopo la sua esperienza di internato ha lasciato le più incredibili pagine che siano mai state scritte su quell’abominio, non ha mai dimenticato: «Lo stesso mio scrivere diventò un’avventura diversa, non più l’itinerario doloroso di un convalescente, non più un mendicare compassione e visi amici, ma un costruire lucido, ormai non più solitario: un’opera di chimico che pesa e divide, misura e giudica su prove certe, e s’industria di rispondere ai perché. Accanto al sollievo liberatorio che è proprio del reduce che racconta, provavo ora nello scrivere un piacere complesso, intenso e nuovo, simile a quello sperimentato da studente nel penetrare l’ordine solenne del calcolo differenziale. Era esaltante cercare e trovare, o creare, la parola giusta, cioè commisurata, breve e forte; ricavare le cose dal ricordo, e descriverle col massimo rigore e il minimo ingombro. Paradossalmente, il mio bagaglio di memorie atroci diventava una ricchezza, un seme; mi pareva, scrivendo, di crescere come una pianta». E in ogni sua pagina, di qualsiasi sua opera, la “memoria” è il seme che alimenta la pianta.

In questo libro, dunque, non bisogna aspettare di arrivare al ventesimo elemento, il vanadio – l’ultimo prima del carbonio, che è tutt’altra cosa e che è la vita e che non a caso chiude la raccolta – per sentire sulla pelle la sofferenza che non si cancella e lo sdegno che non muore.

Basterebbe già il racconto dedicato allo zinco, il terzo: «Sono io l’impurezza che fa reagire lo zinco, sono io il granello di sale e di senape. L’impurezza, certo: poiché proprio in quei mesi iniziava la pubblicazione di La difesa della razza, e di purezza si faceva un gran parlare, ed io cominciavo a essere fiero di essere impuro. Per vero, fino appunto a quei mesi non mi era importato molto di essere ebreo: dentro di me, e nei contatti coi miei amici cristiani, avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini; un ebreo è uno che a Natale non fa l’albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po’ di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato». Dove la leggerezza ironica batte qualsivoglia dissertazione altisonante.

E infine il vanadio, appunto. Quel ventesimo racconto del libro che vale, da solo, l’acquisto del volume. A guerra ormai bell’e finita, un “incontro” fortuito con il responsabile di una ditta fornitrice della fabbrica di vernici dove Levi lavora. La ditta fornitrice è tedesca e il responsabile è un certo Doktor L. Müller, cognome quanto mai diffuso in Germania, tanto che non si sarebbe neanche sospettato che potesse essere lo stesso Müller incontrato in anni tragici alla fabbrica di Buna, presso Auschwitz, dove Levi, prigioniero, fu costretto a lavorare. Il chimico-scrittore torinese riesce a procurarsi il suo indirizzo privato e gli spedisce una copia dell’edizione tedesca di Se questo è un uomo, presentandosi come uno dei tre che all’epoca lavoravano in quel laboratorio, oltre che come il cliente italiano oggi insoddisfatto della fornitura.

Inizia così uno scambio in cui emerge, da un lato, l’esigenza di fare i conti con il proprio passato, chiudendoselo alle spalle, e dall’altra non la voglia di vendetta, che non è mai stata la vocazione di Primo Levi, ma il bisogno di capire cosa passava nella mente di chi, di quel meccanismo nazista, era un ingranaggio, seppure marginale. «Mi dichiaravo pronto a perdonare i nemici, e magari anche ad amarli, ma solo quando mostrino segni certi di pentimento, e cioè quando cessino di essere nemici. Nel caso contrario, del nemico che resta tale, che persevera nella sua volontà di creare sofferenza, è certo che non lo si deve perdonare: si può cercare di recuperarlo, si può (si deve!) discutere con lui, ma è nostro dovere giudicarlo, non perdonarlo». E quindi: «Ammettevo che non tutti nascono eroi, e che un mondo in cui tutti fossero come lui, cioè onesti e inermi, sarebbe tollerabile, ma questo è un mondo irreale. Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz, e gli onesti ed inermi spianano loro la strada; perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi, ogni uomo, e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi».

         

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