“La figlia femmina”, in un romanzo d’esordio drammi e ipocrisie della famiglia felice

figliafemmina_copÈ un romanzo duro, intenso, coinvolgente, inquietante. Indaga, fuori da schemi precostituiti, una vicenda familiare difficile: un padre abusante, una madre inerme, una bambina vittima che diventa un’adolescente sfacciata. È La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato (pubblicato da Fazi Editore) e affronta un argomento delicato, davanti al quale è più facile scivolare che riuscire a fornire una chiave di lettura sensata. L’autrice (ventottenne catanese, vive a Roma, ha studiato giurisprudenza ed è al suo primo romanzo) riesce nello scopo e dimostra un grande talento letterario e una notevole capacità di indagine psicologica: dipinge un quadro che coglie aspetti fondamentali e profondi, al di là della retorica facile e stereotipata. Coglie, per esempio, la difficoltà di “vedere” cosa sta succedendo in quella casa. Coglie il sentimento contrastato di una figlia abusata ma innamorata del padre. Coglie una relazione coniugale che procede sotto un velo, o una coltre, di ipocrisia.

Il romanzo chiarisce subito, nel primo capitolo (intitolato “Questo è il mio papà”), il dramma e le contraddizioni di fronte alle quali il lettore si trova. La bambina di cinque anni «non sa cosa accade, ma non ha il coraggio di chiederlo, di domandare alla sua mamma il significato di quella notte». E poi «controlla se tutto è a posto, sistema il pigiamino e si rannicchia sul fianco, come un uovo. Accende la lucina e prova a prendere sonno, ora non ha più paura». La narrazione procede alternando ricordi del passato (l’infanzia in Marocco, dove il padre lavora nella diplomazia) e un presente fermo nel tempo, una giornata durante la quale l’ormai tredicenne Maria conosce il nuovo compagno della madre (il padre è, nel frattempo, morto tragicamente) e inizia un gioco di seduzione inquietante, al quale la madre assiste impotente, incapace di reagire, incapace persino di impedire alla figlia di bere vino: «Ho paura di scoprire che davvero non conto niente, che non ho più alcun modo, che dovrei gentilmente andarmene in camera e chiudere bene la porta per lasciare che avvenga ciò che ormai avviene, ne sono convinta, non soltanto nella mia testa confusa».

E più avanti la stessa madre narrante fornisce una prima interpretazione di tutta la vicenda: «Mi è così difficile credere che uno stesso evento possa essere divertente o tragico, gioioso o violento perché così si sente chi lo percepisce. Mi risulta impossibile comprendere come persone che condividono lo stesso tetto e abitano dentro comuni abitudini possano effettivamente vivere e sentire in maniera diversa, talvolta opposta, lo stesso identico attimo di vita. Ho la presunzione di individuare una giornata che tutti e tre, anche Giorgio se fosse ancora vivo, ricorderemmo come una giornata felice». Perché di giornate felici, in quella famiglia, pare ce ne siano state davvero ed è questo che rende più difficile individuare il male sotterraneo.

Ma poi, il giorno della morte del padre, la piccola Maria chiede alla madre, con tono pacato: «È morto?». Ancora: «E non torna più?» che, dietro un apparenza di rimpianto, sembra rivelare il senso della liberazione.

E se è vero che uno stesso evento può essere divertente o tragico, gioioso o violento perché così si sente chi lo percepisce, se è vero che, di fronte a una vicenda così drammatica, bisogna andare a fondo e non fermarsi al giudizio sommario, sembra azzardata (questa è forse l’unica pecca del libro, e non appartiene al suo contenuto) la lettura fornita dalla bandella di copertina, dove si dubita dell’innocenza di Maria, dove si dice che «le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli», dove si definisce “malato” il marito (malato proprio no, per favore). Certo, Maria diventa sfacciatamente provocante a tredici anni, ma forse è proprio il risultato degli abusi subiti a cinque (non sarà stata mica lei a sedurre il padre a quell’età?), forse è una vendetta nei confronti della madre, forse è una ricerca di attenzioni. E, comunque, nulla nel romanzo sembra autorizzare una interpretazione in cui innocenza e colpevolezza si confondono, neanche quando Maria viene abilmente descritta nei suoi eccessi di adolescente sensualissima, neanche quando il gioco della seduzione si spinge oltre i confini della morale comune. Neanche in quel caso Maria è “colpevole”, né viene dipinta con i colori della “colpa”.

         

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