Un funerale, un capro e una storia da raccontare: la sfida di Juan Carlos Onetti

onetti_tomba«Tutti noi, i notabili, noi che ci fregiamo del diritto di giocare a poker al Club Progresso e di tracciare le nostre sigle con pigra vanità in calce ai conti di bevande e pranzi al Plaza. Tutti noi sappiamo com’è un funerale a Santa María. Alcuni di noi, al momento opportuno, sono stati i migliori amici della famiglia; e ci è stato offerto il privilegio di vedere la faccenda fin dal principio e, per di più, il privilegio di iniziarla». Di un incipit si dice spesso che è folgorante. Questo – di Per una tomba senza nome di Juan Carlos Onetti (edizioni Sur, nella traduzione di Dario Puccini) – è molto di più. Questo è esemplare.

Lo spiega Antonio Pascale nella interessante prefazione: «Tutti noi sappiamo… e invece non è vero. Onetti crea subito delle fratture, delle dissonanze nel patto narrativo […]. Da una parte ci dice: noi sappiamo, dall’altra in quel “noi” non c’è affatto uno sguardo collettivo che sicuro converge su un oggetto e lo mette a fuoco, anzi quel plurale comprende molteplici sguardi, è insomma un’anticipazione della successiva frammentazione dei punti di vista. L’autorità del “noi sappiamo” è dunque messa in discussione».

Il breve romanzo dello scrittore di Montevideo si apre, dunque, con un funerale, il funerale di una donna di nome Rita, al quale partecipano solo un ragazzo, Jorge Malabia, e un capro tenuto alla corda. Testimone ne è il dottor Díaz Grey, che così descrive quella misera cerimonia: «Questo, questo era il funerale. Un carro che trasportava un morto, come sempre. Ma dietro al carro, a cinquanta metri, avviliti, stanchi, decisi in tutti i casi ad arrivare fino al cimitero anche se questo dovesse trovarsi due chilometri più lontano, il ragazzo e il capro, un po’ indietro la bestia, trascinata o appena condotta con una grossa corda, procedendo quasi a tre zampe, ma senza rifiutarsi di camminare. Nient’altro, nessun altro; l’ultima vibrazione della polvere che si posava, la calura mansueta della luce lungo la strada».

Basterebbero questa citazione e l’incipit per comprendere il tipo di scrittura che abbiamo di fronte. E, per afferrare ancor meglio, ci soccorre – ancora una volta – la prefazione di Pascale: «Onetti ha a cuore la rappresentazione della grande avventura umana, ma quest’avventura non è avventurosa nel senso classico, al contrario». È un funerale, un semplice e modesto funerale. E poi c’è la storia della donna morta, raccolta dal dottore, ripresa dalle molteplici voci in cui si è frammentato il narratore collettivo dell’incipit: Jorge Malabia, il suo amico Tito. E lo stesso Díaz Grey.

La ricostruzione della vicenda umana di Rita procede per racconti, smentite, rivisitazioni, ritrattazioni. Per verità e menzogne, insomma. E, se talora l’urgenza del narrare ricorda la necessità di espiazione, sfrondata dalle motivazioni religiose, del marinaio di Coleridge («è anche possibile che la sua partecipazione si concluda davvero quando avrà finito di raccontare», dice il dottore a Jorge; e Tito, parlando dello stesso Jorge e di Rita, dice: «Peccato che lei sia morta e la colpa sia di lui»), più spesso diventa un’esplorazione negli “strumenti del racconto”. Il testo contiene, infatti, una serie di chiavi di lettura di sé stesso. Le rivelazioni di Jorge sono «come se mi fossi fatto un giro turistico con quei due e lui mi mostrasse di rimando due o tre dozzine di istantanee in cui appaiono, in diverse pose, una donna e un capro», dice il dottore. E, più avanti, «come se la storia fosse un lavoro che stavamo facendo tra noi due» (il narratore e l’ascoltatore; ma anche lo scrittore e il lettore). Poi: «A partire da qui la storia può diventare infinita o avanzare senza soste, invano, verso l’epilogo, nel cimitero». E così via, fino all’ultima pagina.

Ancora, e infine, Pascale: «Se abbiamo un po’ di pazienza e ci interessa l’indagine ci proveremo anche noi a mettere insieme i frammenti, e nel gioco di ricombinazione non saremmo poi diversi dai personaggi di Onetti: presuntuosi, egoisti, spesso ci autoinganniamo, e in ultima analisi siamo bloccati in questo racconto che è la vita».

         

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