“La faccia”, l’omaggio a Kafka (e a Onetti) nel romanzo breve di Gianfranco Pecchinenda

faccia_cop«Un giorno Gregorio, in preda allo sconforto, alzando gli occhi al cielo aveva notato che quello che vedeva non era il cielo. Al posto della luna c’era una cosa che lo scrutava. Quella cosa non sembrava una faccia perché non aveva gli occhi, non aveva una bocca né un naso. Eppure si sentiva osservato da uno sguardo che proveniva esattamente da quella cosa che stava lì, piantata nel bel mezzo di un cielo che non era il cielo». Basta l’incipit per chiarire subito cosa il lettore debba aspettarsi da questo La faccia di Gianfranco Pecchinenda (editore Oèdipus, pagine 78, euro 12,50, prefazione di Alfonso Amendola). Il sottotitolo è “Un omaggio a Franz Kafka” e forse non ce ne sarebbe stato bisogno. Bastano, appunto, le prime righe e si è immersi nelle suggestioni che allo scrittore praghese rimandano. È un “omaggio”, certo; è – come ben spiega Amendola – «un quadro che rimanda a un nobilissimo precedente letterario», ma «è molto di più di un raffinato esercizio di stile. È un prezioso romanzo breve. Avvolgente e multiforme».

A questo punto, con i doverosi chiarimenti preliminari, ci si può gettare nella lettura e ci si imbatte in Kafka, ma ben presto anche in una narrazione che rimanda ai grandi latinoamericani. Non sarà un caso che l’autore – professore di sociologia all’Università di Napoli, studioso rigoroso e narratore appassionato – ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza tra Venezuela e Argentina, prima di rientrare in Italia a vent’anni. Il romanzo parte dal licenziamento di Gregorio e dall’angoscia del protagonista, che dovrà comunicare questa notizia alla moglie, e si ramifica in microstorie nelle quali il sogno si alterna con la realtà (ammesso che una realtà esista davvero) e ad essa si sovrappone. Così come tutta la narrazione si intreccia con le vicende e le citazioni, o le semplici suggestioni, della Metamorfosi di Kafka, a cominciare ovviamente dagli “insetti immondi” che popolano queste pagine, fino all’avvocato-scarafaggio delle ultime pagine.

Sulla scena entra dapprima il professore: ha due divorzi alle spalle, ma è prodigo di consigli su come affrontare il cimento della confessione alla moglie; espone temi filosofici a Gregorio, pur sapendo che il suo interlocutore appartiene alla categoria di «quelli che riescono a coltivare uno degli istinti più importanti per la sopravvivenza della nostra specie, l’istinto a non sapere». Poi ecco la “ragazza della corriera”, una donna polacca non più in grado di andare da nessuna parte dal giorno in cui era venuto al mondo suo figlio e «che partiva continuamente verso un inutile altrove, dove puntualmente non riusciva mai ad arrivare». È con lei che Gregorio va alla ricerca di uno “scavatore di fosse”, guarda caso chiamato Onetti, guarda caso originario di un paesino chiamato Santa Maria, guarda caso preso da un’ossessione per la ricerca di scheletri dispersi e senza lapide.

È qui che l’omaggio a Kafka confluisce in quello a Juan Carlos Onetti, lo scrittore uruguaiano di cui l’editore Sur ha pubblicato in Italia Gli addii, Il cantiere, Raccattacadaveri, Il pozzo, Per una tomba senza nome, Triste come lei. E il fiume kafkiano-onettiano – scorrendo nel letto di una ricerca ossessiva di un “perché”, di una verità processuale – sfocia in un mare che è un nuovo inizio. Ma di un altro libro, un libro già scritto.


(la foto in evidenza in homepage è di Anna Pianura)


 

         

Commenta via Facebook
Aggiungi ai preferiti : Permalink.