#mineviandanti: un libro, una Fiesta e due ragazze alla scoperta dell’Appia antica

mineviandanti_appiaUn libro-guida, due telefoni cellulari, una Fiesta scassata e due ragazze giovani e avventurose. Sono gli ingredienti del viaggio affrontato nella calda estate del 2016 da Valentina Barile, fotogiornalista campana, insieme alla sua amica Federica (organizzatrice di eventi, calitrana), e raccontato in #mineviandanti sull’Appia antica, pubblicato per Les Flâneurs di Bari, con prefazione di Paolo Rumiz.

Quello di Rumiz è il miglior viatico che le due “mine”, viandanti appunto, più che vaganti, potessero ricevere per affrontare la loro traversata da Roma a Brindisi lungo la celebre e strategica via consolare dei Romani, “la numero uno delle strade d’Europa. Dimenticata, eppure sotto gli occhi di tutti”, scrive lo stesso Rumiz. È il suo libro, Appia (editore Feltrinelli), il “baedeker” che Valentina e Federica si portano dietro e consultano chilometro dopo chilometro. Ne seguono le orme in un itinerario che non avrà il fascino del camminatore, ma di sicuro ha la freschezza e lo spirito di chi vuole scoprire luoghi e persone lungo la sua strada.

Il viaggio – con un prologo da Calitri e Benevento a Roma e poi, da qui, di nuovo verso Sud – è raccontato con assoluta sincerità (è questa la qualità principale del libro), senza autocensurarsi, senza indulgenza per quello che le due amiche vedono. Valentina Barile non ha bisogno di indorare la pillola e quello che non le piace (anche chi non le piace) lo descrive senza l’ipocrisia dei viaggiatori fasulli. E racconta anche i momenti di sconforto, restando alla larga dalla mitologia stucchevole del viaggio perfetto, tutto meraviglie ed entusiasmo.

È così che ritroviamo, nero su bianco, i “custodi fannulloni” realmente incontrati, quasi un archetipo di certi pubblici dipendenti assegnati ai beni archeologici, artistici e storici, che svolgono il loro compito con apatico lassismo. È così che ci imbattiamo nella cronica carenza di segnaletica stradale (per non dire di quella turistica, di informazioni sugli orari di visita, di indicazioni univoche) che caratterizza certe terre a sud del Tevere. È così che scopriamo che, nella Capua antica (l’attuale Santa Maria Capua Vetere), il percorso di visita dal meraviglioso anfiteatro al più unico che raro mitreo si fa a piedi, in fila indiana, lungo una strada trafficata, soleggiata e sconnessa. Ma è così che scopriamo anche la gentilezza di persone incontrate per caso, l’ospitalità di taluni proprietari di b&b, la meraviglia della Dormiente del Sannio, la Venosa di Orazio, l’uomo preistorico di Altamura, il fascino di Matera che ti lascia un senso di nostalgia non appena le volti le spalle.

_DSC8412Il lettore le segue, queste due ragazze, con una curiosità quasi affettuosa. E si accorge ben presto che il loro viaggio, come tutti i viaggi, è un modo di cambiare sé stessi, di crescere, di ripartire e rinnovarsi, di scoprire luoghi e di penetrare nel proprio animo. Se ne ha la percezione piena quando, ormai a Mesagne, le due ragazze dimenticano in camera, per poche ore, il libro di Rumiz che le ha accompagnate dalla prima pagina, dal primo chilometro. “Mi sento nuda all’istante”, scrive Valentina Barile. E aggiunge: “Per tutto il viaggio è stato con noi. Sotto il freno a mano, sotto i piedi di Federica, anche vicino alla frizione. Sul cruscotto, rischiando a tratti di volare dal finestrino. È stato un poggiatesta al mare, un sottobicchiere alla baguetteria di Capua. Sul letto, nel letto, sotto il cuscino, sotto il seggiolino, appoggiato a incastro nella rete della stalla a Borgo Fàiti, seduto tra me e il custode della vecchia Minturno, sotto i raggi del tramonto sul ponte Leproso, sulla ghiaia della dimora dell’uomo di Altamura, sfogliato dal vento di pioggia materano”. La loro guida non c’è più, non adesso, non alla fine del viaggio. Sembra un rito di transizione verso la maturità. Un passaggio simbolico all’età adulta, con tutte le paure che ad essa si collegano (“Un viaggio è interessante durante il suo andare. All’arrivo è spaventoso perché c’è il vuoto”) e con quel senso di malinconia che accompagna la riflessione di chi è cresciuto: “Pensavo che per la prima volta mi stavo occupando di qualcosa da sola, senza che qualcuno lo sapesse, senza che i miei genitori intervenissero per risolverla”.

IMG-20171114-WA0001Ecco perché, alla fine di questo viaggio, siamo pronti – con Valentina e Federica – a seguirle anche nel prossimo, quello raccontato nel secondo libro delle “mineviandanti”, lungo la via Popilia stavolta, da Capua a Reggio Calabria. L’editore è sempre Les Flâneurs, la prefazione è di Paolo Di Paolo e l’uscita è prevista per i primi di dicembre.

         

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