“Blue”: Napoli, i giovani e il jazz nel secondo romanzo di Alessandra Farro

blue_farroSe ogni pianeta fosse mosso dalla musica, la Terra danzerebbe sulle note di Kind of Blue di Miles Davis: “La malinconia – il feeling blue – è il sentimento preponderante tra gli uomini, che vivono le proprie esistenze nella disperata ricerca di qualcosa, ossessionati da un ricordo, un odore, una carezza, un sorriso, un suono, un’emozione”. È questo il prologo di Blue, secondo romanzo di Alessandra Farro, napoletana di 26 anni, pubblicato per Ultra Edizioni.

L’immagine è suggestiva: l’universo, che immagineremmo obbediente a immutabili leggi fisiche o a una volontà invisibile, in realtà “danza” sulle note del jazz. Le sue regole sono quelle dell’improvvisazione, della liberazione dalle gabbie (armoniche o sociali o naturali, poco importa). E i suoi numi sono Miles Davis, Bill Evans, John Coltrane, Cannonball Adderley che, con quel disco memorabile del 1959, hanno cambiato per sempre non solo la storia del jazz, ma quella della musica in generale.

Blue ha una colonna sonora ideale, dunque. I dischi percorrono ogni capitolo e a ciascuno danno un timbro, così come lo danno a ogni emozione, a ogni stato d’animo dei protagonisti, quattro giovani alle prese con i pensieri, le abitudini, i dubbi, i sentimenti tipici dell’età postadolescenziale ma non ancora adulta. Quell’età nella quale il primo (vero) amore viene percepito, nonostante tutto, come indefettibile: “Non penso che per me possa esistere un amore più potente, puro e reale di quello che ho provato per Lorenzo. Ha aderito alla mia anima, fino a insediarsi al suo interno e ci ha costruito una piccola casa, che continua a essere in piedi sebbene sia ormai abbandonata da tempo”. Quell’età, ancora, nella quale le inquietudini non riescono ad avere una definizione: “È questa la vera solitudine? Il profondo significato del ‘bastarsi’? D’improvviso mi fermo. Mi sto di nuovo riempiendo la testa di un mare di menzogne, bugie buone soltanto a tenermi calma. Una sorta di quiete apparente per non affogare nelle inevitabili mancanze che ingombrano la mia vita. Io non so nulla del coraggio che serve a ‘bastarsi’, ci vuole tempo per coltivarlo e io ho appena iniziato”.

Questo di Alessandra Farro (che nel 2013 aveva pubblicato il suo primo romanzo, Il bianco, il nero e il jazz, per Tullio Pironti Editore) è un libro elegante, raffinato e, manco a dirlo, “musicale”; un libro che racconta i giovani senza cadere nel giovanilismo o nella volgarità o nello stereotipo da chick lit; un libro che accende i riflettori su una generazione volitiva e fragile al tempo stesso.

Ed è un libro che ha una protagonista muta ma non silenziosa, una Napoli viva che non è solo quella del salotto di Chiaia, ma anche quella dei centri sociali, dei Banchi Nuovi, di via Costantinopoli e naturalmente del centro storico, “centro gravitazionale di cultura, folklore, leggende e magia, un piccolo mondo a parte diverso dal resto della città. Lì le melodie jazz si perdono tra i vicoli e l’aria ha un altro profumo, soltanto la luce è la stessa, però non si infrange sulle cose, si posa. Piazza Bellini al mattino, in primavera, ha un odore unico nell’intero universo conosciuto, ci avrei scommesso l’anima”.

Scommessa vinta…

(in prima pagina: Alessandra Farro con Maura Ruggiero che ha letto brani del libro, al centro St. Peter’s di Napoli, durante una presentazione condotta da Roy Boardman, con la musica di Fabrizio Flocco)

         

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