Carlo Levi e il suo Cristo, “una pietra nello stagno”

levi_cristoÈ uno dei titoli citati più a sproposito della storia della letteratura italiana. È diventato quasi un proverbio, un luogo comune abusato da chi non ne ha letto neanche una riga, quel Cristo si è fermato a Eboli evocato in ogni discussione sul problema meridionale o, più banalmente, quando si attraversa la “linea di confine” dopo aver fatto scorta di mozzarelle a Battipaglia. Eppure, le parole di Carlo Levi hanno ancora tanto da dirci e andrebbero lette e rilette, meditate e assorbite.

Cristo si è fermato a Eboli è uno dei libri più importanti del Novecento italiano per molto più di una ragione. Lo è, innanzitutto, per lo stile e per il genere: è insieme un diario, un reportage, una serie di saggi (sull’emigrazione, sul fascismo, sulle guerre, sull’Abissinia, sul Mezzogiorno, sul brigantaggio, sulla cultura popolare, sulla civiltà contadina). Ma potrebbe essere un romanzo, se non sapessimo che quella è la storia del confinato torinese Carlo Levi, medico pittore e scrittore, costretto negli anni Trenta a vivere in una terra lontana e sconosciuta, in Lucania, prima a Grassano e poi ad Aliano, una terra dove a lui “par di essere caduto dal cielo, come una pietra in uno stagno”.

La forza del “Cristo” è la lucida riflessione che offre, il motivo per cui divenne celebre subito, appena pubblicato nel 1945 da Einaudi e negli anni successivi durante il dibattito assembleare che portò alla Costituzione italiana. Sono talmente tanti gli spunti offerti da una lettura così imprescindibile che è difficile sceglierne solo qualcuno. Ma non si può fare a meno di citare le pagine finali sulla cosiddetta “questione meridionale”, un vero e proprio saggio che compendia le suggestioni emerse nel corso della narrazione e le osservazioni già accennate. In quelle cinque pagine del penultimo capitolo, c’è tutta la complessità del problema, c’è lo scontro tra campagna e città, tra civiltà precristiana e civiltà “non più cristiana”. C’è l’avversione per uno Stato (sia esso fascista, comunista o liberaldemocratico, “forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale”) che è visto come ostile oppressore e che non rispetta le autonomie: “Finché Roma governerà Matera – scrive Levi – Matera sarà anarchica e disperata, e Roma disperata e tirannica”. C’è la miseria, aggravata dalle insensate politiche agricole del fascismo: foreste tagliate, fiumi diventati torrenti, coltivazioni di grano su terre ingenerose, dove avrebbero dovuto stare olivi e alberi. E poi c’è “la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”.

C’è anche un radicale “complesso d’inferiorità” di tutti quei meridionali “che pensano con serietà” al loro paese: “È impossibile ad essi capire completamente la loro terra e i suoi problemi, poiché partono, senza avvedersene, da un confronto, che non dovrebbe essere fatto, tutt’al più, se non dopo. Se si considera la civiltà contadina una civiltà inferiore, tutto diventa sentimento di impotenza o spirito di rivendicazione: e impotenza e rivendicazione non hanno mai creato nulla di vivo”. Impotenza e rivendicazione sono state i moventi delle “guerre nazionali” del Sud, tutte perse. La prima fu quella degli antichi popoli italiani contro i conquistatori che venivano da Troia e che portavano valori opposti a quelli della civiltà contadina: portavano, con la pietas di Enea, “la religione e lo Stato, e la religione dello Stato”. Poi venne Roma, “e perfezionò la teocrazia statale e militare dei suoi fondatori troiani”. Secoli dopo, fu la volta della civiltà feudale e della più triste rovina (e si può dunque capire “perché gli Svevi siano ancora oggi così popolari presso i contadini, che parlano di Corradino come di un loro eroe nazionale). La quarta guerra nazionale del Sud fu il brigantaggio, non quello dei Borbone, della Spagna e del Papa, ma quello dei contadini, “una rivolta disumana, che parte dalla morte e non conosce che la morte, dove la ferocia nasce dalla disperazione. I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati”.

carloleviCarlo Levi – scrisse Italo Calvino in un saggio del 1967 – “è il testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo”, la sua “è la strada di chi osserva e rappresenta, dell’uomo che sceglie e fissa degli aspetti della realtà e descrivendoli dà loro un valore privilegiato”. Proprio come un valore privilegiato a quella terra lo diedero le sue tele: “Il paesaggio – scrive Levi – era il meno pittoresco che avessi veduto mai: per questo mi piaceva moltissimo. Non c’era un albero, una siepe, una roccia atteggiata come un gesto fermo. Non ci sono gesti, quaggiù, né l’amabile retorica della natura generante e del lavoro umano. Soltanto una distesa uniforme di terra abbandonata, e in alto il paese bianco. Sul cielo grigio, una piccola nuvola bassa, sopra le case, aveva la vaga forma di un angelo”.

         

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