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Il 23 novembre 1980 guardavo “The Professionals”

Le serigrafie di Andy Warhol ispirate alla celebre prima pagina del "Mattino" del 26 novembre 1980

Le serigrafie di Andy Warhol ispirate alla celebre prima pagina del “Mattino” del 26 novembre 1980

La domenica era uno di quei rari giorni in cui si stava tutti assieme. Mio padre non era in fabbrica, mia madre non lavorava. Mia sorella, più grande, quella sera era andata al cinema con il fidanzato.

Nel grande soggiorno della nostra casa si guardava la tv. A quel tempo c’era ben poca scelta, prevalse la passione di mia madre per i telefilm: davano un episodio di una serie inglese, The Professionals, con due stravaganti agenti antiterrorismo della polizia di Sua Maestà.

Miope come una talpa già da allora, ero seduto su una poltrona a molle oscillanti a metà stanza, più vicino di tutti al televisore. Un metro o due dietro di me, anche lui in poltrona, c’era mio padre. Alla mia sinistra, sul divano accostato alla parete, mia madre, semisdraiata in posizione da antica romana come al solito.

Era quasi ora di cena, si aspettava solo la fine del telefilm per alzarsi, chi per preparare qualcosa da cenare, chi per apparecchiare la tavola in cucina, chi per gasare l’acqua con la bustina di idrolitina.

La stanza era in penombra, rischiarata dalla luce sfarfallante del televisore.

Durante un inseguimento, con i due protagonisti a bordo della fiammante Ford Capri, la mia poltrona fu colpita da dietro, sollevata e sospinta da una forza improvvisa. Mi voltai, pensando a uno scherzo di mio padre. Ma lo vidi a due metri da me, con la faccia atterrita. Guardai verso mia madre e la vidi saltare in piedi, gesto atletico piuttosto insolito per lei.

Nello stesso momento sentivo rumori di vetri infranti, di cose che cadevano in corridoio. E vidi le pareti che ondeggiavano, come avvicinandosi l’una all’altra e tutte a me, mentre un fragore riempiva più lo stomaco che le orecchie.

Fu un attimo, mio padre mi prese e, d’istinto, fece l’unica cosa che non avrebbe dovuto fare. Aprì la porta di casa e, con me in braccio, percorse come un fulmine i cinque piani di scale fino alla strada. L’ultima volta che l’avevo visto correre così per quelle stesse scale, mi stava inseguendo con una mazza di scopa tra le mani.

Ero terrorizzato, proprio come in quell’altra occasione, le sue braccia non bastavano a rassicurarmi. Pensavo a mia madre, che era ancora in casa. E vedevo il contrappeso dell’ascensore (all’epoca erano a vista, fatti di blocchi di cemento) urtare sulle grate a destra e a sinistra, come mosso da una energia invisibile. Lungo i piani, le porte si aprivano, la gente urlava. Chi era in pigiama, chi in abbigliamento da casa.

Mio padre mi lasciò giù, in mezzo ad altre persone del palazzo, nella sua furia irrazionale. E tornò su, sempre per le scale.

Rimasi lì, piangendo, e aspettando quel tempo infinito che passò prima che potessi ricongiungermi ai miei.

Le notti che seguirono furono la rappresentazione più chiara che io abbia mai avuto dello spirito comunitario, dell’essere solidali nella difficoltà. Si dormiva in macchina, all’aperto, prima nella piazza del mercato, poi nell’enorme parcheggio della fabbrica dove lavorava mio padre, con i guardiani che ogni tanto portavano del caffè. Noi bambini giocavamo a pallone o a nascondino tra le auto con gli sportelli aperti, ogni tanto qualcuno tirava fuori cibarie, acqua o altre bevande. Quella che oggi si chiamerebbe “macchina dei soccorsi” non arrivò mai, non eravamo nelle zone colpite più pesantemente: ci si arrangiava da soli, aiutandoci reciprocamente, creando una rete spontanea di sostegno. Altri furono i luoghi e i drammi di quel 23 novembre 1980, altri furono i dolori e i lutti.

Tornammo nelle nostre case dopo qualche giorno, non so a seguito di quali verifiche strutturali, se mai ce ne furono.

Ma da allora, come sa chiunque abbia vissuto un terremoto in prima persona, anche senza conseguenze tragiche, qualcosa è cambiato. Dentro di te s’insinuano una consapevolezza e una sorta di fatalismo nei confronti di tutte le cose della vita. Si fa strada, dentro di te, un rispetto della natura, della forza degli elementi, un rispetto che non è paura ma qualcosa di diverso, di più insondabile. Qualcosa che ha a che fare con la morte, propria o degli altri. Qualcosa che ha a che fare con il mistero, con la carne, con lo spirito, con l’inferno. Qualcosa che non si dimentica mai più. Qualcosa che, in fondo, dà un coraggio nuovo.

         

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