Dall’ebraismo alla poesia, le novità di Casagrande

Pietro De Marchi

Pietro De Marchi

Poesia, riflessione, intreccio di generi, storie. Le recenti novità librarie delle Edizioni Casagrande proseguono la grande tradizione culturale della casa editrice di Bellinzona, nata da una libreria fondata nel 1924 con la prima pubblicazione nel 1950 e consolidatasi nel suo programma editoriale, varato negli anni Settanta e poi articolato in più collane, a partire dal 2000.

Adesso, nelle librerie italiane, ci sono quattro testi ragguardevoli: La vita privata di Daniele Garbuglia (nella collana “Alfabeti”); Che razza di ebreo sono io, una conversazione tra Bruno Segre e Alberto Saibene (ancora nella collana “Alfabeti”); Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta di Massimo Gezzi (collana “Versanti”); La carta delle arance di Pietro De Marchi (collana “Versanti”).

Il nuovo libro di Garbuglia – scandito tra mattina, pomeriggio, sera e notte di una domenica qualsiasi – s’insinua nella giornata di un uomo che si sveglia e si accorge di aver perso la propria immagine, il proprio “sembiante”, un fatto straordinario che lo obbliga a confrontarsi in modo nuovo con la sua quotidianità, con la moglie e il figlio, con gli spazi domestici. E ne risulta una profonda riflessione sull’identità dell’uomo, all’interno della propria famiglia ma anche in un mondo carente di memoria e di condivisione.

Con Che razza di ebreo sono, si passa invece a un altro genere di riflessione, quella che scaturisce dall’esperienza e dal pensiero di un intellettuale ebreo come Bruno Segre. In questa conversazione con Alberto Saibene, se ne ripercorre la storia personale, dalla presa di coscienza della propria identità ebraica a otto anni (a causa delle leggi razziali che lo costrinsero a lasciare la scuola) alla militanza critica nella comunità, quando vide infrangersi il mondo nuovo che Israele sembrava promettere negli anni Settanta. Fu il momento in cui Segre contestò il progressivo sionismo nazionalista, proponendo attivamente soluzioni di convivenza tra Israele e Palestina.

Giovanni Antonelli, poeta realmente esistito, è il protagonista della storia raccontata da Massimo Gezzi. Antonelli fu un vagabondo, un “demente”, internato in molti manicomi o carceri delle Marche (Fermo, Macerata, Ancona) e del resto d’Italia (Napoli, Aversa, Roma); era un anarchico, un anticlericale, un “miserabile” e forse per questo ne è stata cancellata completamente la memoria, come poeta e come uomo.

La consapevolezza dell’effimero e l’ostinazione che l’avversa e che pretende l’iterazione del miracolo sono gli elementi fondanti dell’esperienza poetica di Pietro De Marchi, che con questo La carta delle arance (Premio Gottfried Keller 2016) chiude la trilogia che le Edizioni Casagrande hanno proposto fin dal primo titolo nel 1999. E la chiude con il volto di un bambino, protagonista della poesia di congedo, nel quale riconosciamo il nostro stesso volto, alimentando il desiderio di esserci, di essere chiamati a testimonianza, di poterci affacciare sulla scena per una seppur minima battuta che ci perpetui.

La validissima proposta editoriale della casa ticinese è articolata in varie collane: “Scrittori”, dedicata al Novecento europeo, con autori svizzeri e italiani, ma anche grandi outsider inglesi e francesi o scrittori di culto (come Agota Kristof, Romain Gary, Imre Kertész); “Alfabeti”, che estende la ricerca all’intersezione di generi (racconti, saggi e colloqui); “Biblioteca di storia”, che prosegue il lavoro avviato dalla rivista Archivio storico ticinese; “Versanti”, un percorso nella poesia italiana contemporanea. E poi ancora: “Salamandra”, “Saggi”, “Ricerca e formazione”, “Strumenti storici-bibliografici” e i “Carteggi di Carlo Cattaneo”, collana in coedizione con Le Monnier di Firenze.

         

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