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Per una geografia “commossa” e per un dodicenne

geografia-commossaCapita di dover spiegare a un ragazzo di dodici anni, curioso di sapere cosa stai leggendo, il significato di un titolo come Geografia commossa dell’Italia interna di Franco Arminio (editore Bruno Mondadori, 2013). Capita di avere un primo momento di imbarazzo, come sempre accade quando bisogna rispondere alle domande improvvise dei figli. Capita di scegliere la via difficile e non partire dalla parola che sicuramente comprende meglio, “geografia”, ma da quella che nel contesto gli sembra più inappropriata, “commossa”. Commossa come la ricerca di una farfalla che hai visto il giorno prima, come il ricordo di una persona che hai incontrato in un paese, come il pensiero di un contadino che produce con orgoglio il suo caciocavallo, come l’ascolto di “un paese vuoto con un poeta dentro”, come il “poesaggio” che si ammira (e si sente) camminando a piedi.

Ecco allora che, al dodicenne, e finalmente anche al padre, risulta chiaro che la “geografia vera” non è quella dei grandi numeri, di quante tonnellate di barbabietole o barili di petrolio produce uno Stato, di quanti milioni di abitanti ci sono a Città del Messico o quanti chilometri di strade e autostrade attraversano il versante adriatico della Penisola, ma quella (commossa) dei paesi, dell’Italia interna, del Mediterraneo interiore, delle Puglie, della luna e dei calanchi in Lucania, di un Sud “che ha perso la civiltà contadina e ha trovato una piccola borghesia meschina e rattrappita” ma è ancora una possibile “avanguardia”. Come a Specchia, dove è nato un embrione di “alleanza tra l’utopia meridiana e lo scrupolo nordico”: “Ecco un Sud – scrive Arminio – che intreccia la terra e la cultura, non per vendersi meglio, non per smerciare patacche, ma per mettere la sua aria nell’aria del mondo. Un Sud capace di convincersi che ha qualcosa di miracoloso, un sedimento mitico che viene da un mare gremito di storia, da una terra che è un grande orto con dei paesi dentro”. Ed ecco perché bisogna immaginare un Sud che guardi al passato senza vittimismi e senza compiacimenti, perché “la salvezza dell’Italia sta nei luoghi marginali”, anche se poi bisogna fare i conti “con i ragazzi che non lavorano e con gli anziani che pensano alla morte”, giacché non possono essere curati al meglio lì dove sono nati e cresciuti e invecchiati.

Non c’è retorica, non c’è una visione bucolica. Ci sono la “poesia” e la “politica”: “La storia non è finita, ma ora non è più la storia delle idee e delle persone, siamo nella storia dei luoghi, e la poesia e la politica devono governare assieme i luoghi, la politica con lo sguardo delle regole, la poesia con le regole dello sguardo”.

arminio_paesologiaÈ la “paesologia” di Arminio, da non confondere con la “paesanologia”. Quest’ultima produce un’aria nostalgica, produce le sagre, i finti eventi delle estati paesane; la “paesologia”, invece, produce “una nuova alleanza tra i contadini (che ci sono ancora) e i ragazzi delle città e dei paesi, che cominciano a guardare alle campagne perché sentono che il modello capitalistico non promette più nulla di buono”, proprio come avviene a Caselle in Pittari, nel Cilento. E allora “oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza”. Significa commuoversi di quello che ci circonda: per andare avanti nel nostro tempo, “nel nostro niente”, ci serve un Dio che non sia un riparo, ma un luogo da costruire. Magari insieme a un ragazzo di dodici anni. Magari spiegandogli anche che la “commozione” sta proprio nella sua domanda.

         

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