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“Genius”, in un film il rapporto tra editor e scrittore

genius_perkinsIl rapporto tra un editor e i suoi autori, il lavoro appassionato e appassionante su ogni singola parola, il legame umano e profondamente intimo che si crea tra i due. Sul grande schermo è arrivato (in Italia dal 9 novembre) Genius, interpretato da Colin Firth e Jude Law nei panni di Maxwell Perkins, celebre curatore della casa editrice Scribner’s Sons, e dell’esuberante scrittore Thomas Wolfe.

Tratto dalla biografia di Perkins scritta da Andrew Scott Berg (pubblicata in Italia da Elliot), il film diretto da Michael Grandage (regista teatrale, al suo esordio al cinema) racconta la storia vera del più famoso editor di tutti i tempi, ritenuto da molti come l’inventore della figura professionale del curatore editoriale, colui che ha scoperto e lavorato sui testi di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, colui che ha avuto a che fare con il genio e la sregolatezza di Thomas Wolfe, autore logorroico, destinato a diventare (anche grazie a Perkins) un punto di riferimento per la Beat Generation.

Perkins era un uomo riservato, tradizionalista, ancorato agli affetti familiari, dedito al lavoro tanto da esserne completamente assorbito e da disinteressarsi di quello che gli accadeva intorno. Wolfe un anarchico, incapace di tenere legami, provato dalla perdita del padre, eccentrico e geniale. Il loro rapporto – che, in un decennio tormentato, portò alla luce le due principali opere di Wolfe: Look Homeward, Angel e Of Time and the River – si evolve nel corso della narrazione. All’apparenza domina decisamente il ruolo di Perkins, impegnato a “sagomare e intagliare” le opere dello scrittore, a ridurre un testo di cinquemila pagine in un libro pubblicabile (“voglio la punta dell’iceberg”, dice Perkins a Wolfe in uno degli scontri su come e quanto tagliare, “e tu vuoi darmi tutto l’iceberg”). Ma poi risulta chiaro che quel tipo di rapporto è comunque bilaterale. E se l’editor sa entrare nel testo che ha di fronte, se riesce ad aiutare l’autore a trarne fuori un successo, se non è colui che deve solo sforbiciare parole ma soprattutto valorizzarle, la relazione è reciproca e anche lo scrittore può arricchire il bagaglio di sensibilità e cultura del suo curatore: la canzone preferita di Max è l’ottocentesca ballata celtica Flow Gently, Sweet Afton, e Tom la fa eseguire da un gruppo swing in un locale, dapprima con il suo originale andamento lento e compassato e poi con un’esplosione di ritmo e di improvvisazione. Una metafora riuscitissima che rappresenta due stili, due personalità, due modi di affrontare la scrittura e la vita. Proprio come il rude bourbon di Wolfe invece del raffinato martini dry di Perkins.

La sceneggiatura di John Logan (Il gladiatore, The Aviator) avrebbe forse meritato un miglior “editing”, qualche emozione raccontata più per sottrazione, per cesura, proprio come Perkins consiglia a Wolfe. Ma il film riesce a raccontare bene il rapporto professionale e personale tra scrittore e curatore e a gettare una luce su aspetti del mondo editoriale sconosciuti ai più.

Nel cast anche Nicole Kidman (nel ruolo di Aline Bernstein, costumista teatrale, con la quale Wolfe ha una relazione burrascosa) e Laura Linney (nel ruolo della moglie di Perkins). Guy Pearce e Dominic West sono invece Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway.

         

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