Le Matres di Capua nel museo dimenticato

Mater di CapuaCi sono luoghi talmente vicini alla nostra quotidianità che spesso dimentichiamo che esistano o, peggio, li snobbiamo. Accade così con uno dei musei più straordinari (e meno conosciuti) della Campania e dell’intera Italia meridionale, uno di quei numerosi gioielli che ci raccontano la nostra storia e il nostro passato. È il Museo provinciale campano di Capua, istituito nel 1869 e inaugurato nel 1874 nel quattrocentesco Palazzo Antignano.

Quel “provinciale” del nome ufficiale ne segna il limite. E denuncia un rischio. Da un lato, infatti, sembra restringere a una dimensione locale una collezione, specialmente la parte archeologica, di valore incommensurabile e di rilievo internazionale. Dall’altro, con la cancellazione delle Province, si rischia di non sapere più che fine farà una struttura del genere, chi e come gestirà il personale, chi ne valorizzerà i materiali e ne promuoverà la fruizione.

Varrebbe a giustificare la visita la straordinaria collezione delle “Matres”, le cosiddette “Madri di Capua”: decine e decine di sculture e terrecotte, di dimensioni variabili, tutte rappresentanti una donna seduta con in grembo uno o più (finanche dodici) lattanti. Tutte tranne una, quella identificata come la “Mater Matuta”, dea dell’aurora e della fertilità. Il ritrovamento avvenne casualmente, a metà Ottocento, durante dei lavori in un fondo agricolo (il cosiddetto fondo Patturelli) nel territorio di Curti, al confine orientale dell’attuale città di Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua. Immaginiamo la sorpresa che dovette cogliere chi fu protagonista dell’eccezionale ritrovamento, o forse addirittura un certo raccapriccio, se è vero che i lavori furono abbandonati e i reperti lasciati incustoditi per diverso tempo, quasi a volersi allontanare di corsa da un luogo sacro violato così pesantemente. Tanto più che quelle sculture erano decisamente “brutte” per i canoni estetici dell’epoca, così squadrate e grezze già nel materiale usato.

Matres di CapuaGli scavi successivi hanno dimostrato che in quel sito era esistita, per almeno cinque secoli, dal VI al I secolo a.C., un’area sacra (un santuario all’interno di una necropoli), formata da diversi elementi: un bosco (il lucus) con piccoli altari di tufo; spazi per culti privati; uno o due templi, il più antico dei quali risaliva al VI secolo e rivelava influssi da Cuma. Il santuario (abbandonato dopo un’alluvione nel I secolo a.C.) accoglieva le sculture delle Madri e innumerevoli terrecotte, con identico soggetto, deposte dai fedeli come offerta propiziatoria o come ringraziamento.

Entrare nelle rinnovate sale che accolgono le “Matres” è come abbandonarsi tra le braccia della divinità, è affondare in un passato di oltre duemila anni fa. L’impatto è formidabile, con questa galleria di donne che ci riportano a una carnalità dolce e austera, a una maternità sacra che – nell’arte cristiana del IV-V secolo d.C. – avrebbe poi assunto il volto della Vergine.

Il Museo campano ospita anche uno dei più ricchi lapidari al mondo, con epigrafi provenienti dal territorio della Campania Felix e catalogate da Theodor Mommsen, oltre a numerosi materiali archeologici (sculture, affreschi, mosaici, sarcofagi, vasellame, manufatti, terrecotte) dell’antica Capua e del suo anfiteatro.

Un’istituzione di tale valore meriterebbe, almeno, un sito web decente, per non vanificare gli sforzi di chi lavora per conservare e valorizzare quelle collezioni straordinarie. Quello attuale, che sembra peraltro fermo ad alcuni anni fa, non merita neanche di restare in rete, tanto è inutile e controproducente. Qualche informazione più dettagliata può essere ricavata, comunque, dalla sezione dedicata al museo nel sito web della Provincia di Caserta.

         

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