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Il Nobel a Bob Dylan, addio a Dario Fo

dylan_bobDiciannove anni fa, toccò a Dario Fo. E piovvero polemiche. Oggi, nello stesso giorno in cui l’ultimo italiano premiato dall’Accademia di Svezia muore, il Nobel per la letteratura 2016 viene assegnato a Robert Allen Zimmermann (noto come Bob Dylan), settantacinque anni compiuti lo scorso 24 maggio, cantautore, poeta, artista. E le polemiche non mancano.

Chissà se a Dario Fo sarebbe piaciuto questo Premio Nobel. Lui lo vinse perché “seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi”. Il “menestrello” Bob Dylan lo ha vinto “per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”. Per entrambi la passione civile è stata una costante, sebbene in Fo fosse indissolubilmente e costantemente legata alla vita artistica e privata, ben più di quanto non lo sia in Dylan.

Quando vinse il Nobel, nel 1997, di Dario Fo si disse che non era un “letterato” puro, che la sua arte non si esauriva nella “pagina”, che il suo teatro non sarebbe esistito senza l’autore stesso. L’anno prima Bob Dylan era stato indicato come meritevole del premio, con una candidatura che ebbe il sostegno anche di Allen Ginsberg.

Oggi, le obiezioni riguardano non tanto la grandezza di Dylan, sulla quale ben pochi osano discutere, quanto l’opportunità di assegnare un Premio Nobel per la letteratura a un poeta in musica, un artista la cui poesia non potrebbe esprimersi e non sarebbe completa senza le note che l’accompagnano, una poesia, insomma, che difficilmente avrebbe una tale potenza e una tale tensione espressiva se riportata sulla “pagina”, senza musica. Tanto più che, tra i candidati, c’erano pezzi da novanta come Philip Roth e Don DeLillo, Haruki Murakami e Thomas Pynchon. Non è da escludere che il comitato svedese avesse in animo di ricucire un vecchio strappo con la letteratura statunitense, quella che nel 2008 fu bollata come “provinciale” dall’allora segretario permanente dell’Accademia, Horace Engdahl, e dunque la scelta di Dylan (annunciata con un insolito ritardo, segno di un probabile braccio di ferro tra i giurati) è apparsa come quella che, in qualche modo, potesse mettere pace tra Europa e America, con il non secondario effetto di “sdoganare” la canzone come forma dell’arte letteraria.

Molte, invece, sono state le reazioni negative. Addirittura rabbiosa quella dello scrittore scozzese Irvine Welsh che ha twittato: “Sono un fan di Dylan, ma questo è un premio nostalgia mal concepito strappato dalla prostata rancida di vecchi hippies balbettanti” e poi “Se sei un appassionato di ‘musica’, cerca la parola nel dizionario. Poi cerca ‘letteratura’, quindi confronta le due cose”. Contrario anche Alessandro Baricco: “Sarebbe come premiare Javier Marias con un Grammy per la musicalità della sua narrativa”. Dai microfoni di RadioRaiTre, Valerio Magrelli si è confrontato con Alessandro Portelli (favorevole) chiamando in causa le sirene del “mercato”: “Non vedo il bisogno di correre in soccorso delle star, dei divi del rock, con un Premio Nobel”.

Opinioni in disaccordo con la motivazione ufficiale del premio, così spiegata da Sara Danius, segretaria permanente dal giugno 2015: “Dylan scrive poesia per le orecchie, ma è del tutto corretto leggere il suo lavoro come poesia. È un grande poeta della tradizione in lingua inglese, un esempio meraviglioso e molto originale di quella tradizione. Per cinquantaquattro anni è stato attivo e ha reinventato se stesso costantemente, creando sempre nuove identità”.

Nel 2008, Dylan aveva vinto un Premio Pulitzer alla carriera. Si tratta del più prestigioso riconoscimento per il giornalismo negli Stati Uniti (e nel mondo), ma anche per le lettere e la musica. Dylan ebbe una citazione speciale, privilegio che prima di lui era toccato a musicisti come George Gershwin, Thelonious Monk, Duke Ellington e John Coltrane. La motivazione precorre quella del Nobel: “Per il suo profondo impatto sulla cultura e sulla musica pop statunitense, segnato da composizioni liriche di straordinaria forza poetica”.

Nel corso della sua lunga carriera, Bob Dylan ha vinto un Oscar e un Golden Globe (per la miglior canzone originale: Things have changed, dal film Wonder Boy, nel 2001), nonché otto Grammy Awards.

È l’undicesimo statunitense a essere insignito del Nobel per la letteratura, dopo Sinclair Lewis, Eugene Gladstone O’ Neill, Pearl S. Buck, William Faulkner, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Saul Bellow (che però era di origini canadesi), Isaac B. Singer (nato in Polonia), Iosif A. Brodskij (nato in Unione Sovietica), Toni Morrison (23 anni fa).

Com’è noto, prima di Dario Fo, gli italiani premiati erano stati cinque: Giosuè Carducci (1906), Grazia Deledda (1926), Luigi Pirandello (1934), Salvatore Quasimodo (1959), Eugenio Montale (1975).

         

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