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Prigioniero di un cliché, la breve vita di Fred Buscaglione

Fred Buscaglione e la sua Ford Thunderbird rosa

Fred Buscaglione e la sua Ford Thunderbird rosa

Prima ancora che Domenico Modugno facesse a pezzi la sdolcinata melodia sanremese, che i cantautori genovesi cambiassero per sempre la musica (e la poesia) italiana e che il rock ’n’ roll affascinasse anche i nostri cantanti, Fred Buscaglione, nato a Torino nel mese di novembre del 1921, quei cambiamenti li aveva anticipati. Era stato – come scrisse Gino Castaldo – “un guastatore antiborghese”, aveva sostituito le vecchie rime sentimentali con una galleria di eroi perdenti, duri dal cuore di gomma. Con Renato Carosone aveva insegnato che, della musica, si può anche ridere, mescolando insieme jazz, boogie e rock ’n’ roll.

Con lo stesso Carosone e Alberto Sordi, Fred seppe prendere magistralmente in giro le già imperanti mode d’Oltreoceano. Del 1954 è Un americano a Roma, del 1956 Tu vuo’ fa’ l’americano, del 1959 Il dritto di Chicago, quel duro Sugar Bing che a un bacio di Ava Gardner preferisce le risate di Gianni e Pinotto.

Uno sguardo sulla breve vita di Fred Buscaglione lo getta Enzo Gentile, giornalista e storico musicale, nel suo bel libro Lontani dagli occhi – Vita, sorte e miracoli di artisti esemplari (Laurana Editore), dove si legge anche di Piero Ciampi, Sergio Endrigo, Nino Ferrer e Herbert Pagani, con una superflua testimonianza di Renzo Arbore.

La parte dedicata alla “simpatica canaglia” è preceduta da un ricordo di Francesco Guccini: “Le sue canzoni facevano parte del repertorio che portavamo in giro per i locali. […] Fred Buscaglione, sempre con un bicchiere in mano, aveva il sapore della notte, odorava di sala da biliardo […]. Fu il primo a rompere il muro liscio, uguale, tutto rosa della canzone italiana. Ha avuto un solo erede, più raffinato, più colto: Paolo Conte. Però tutti noi cantautori gli dobbiamo l’invenzione di un nuovo genere musicale”.

Gentile racconta tutto, dal sodalizio proficuo e provvidenziale con Leo Chiosso, “ufficialmente avvocato, uomo di spirito (firmerà altri motivi di sicura efficacia: Torpedo blu, Parole parole parole, Butta la chiave) che fu abile nel cucire addosso a Fred una filosofia e sentimenti, caratterizzandolo con una forza di penetrazione micidiale, laddove l’autoironico machismo all’americana veniva sventato da ragazzotte con le idee chiare”. Proprio come in Teresa non sparare, un testo a suo modo scioccante per un tempo in cui l’adulterio maschile era benevolmente tollerato e il delitto d’onore contro la donna era giustificato.

Scrive Gentile: “Secondo alcuni Fred è la chiave di volta che la società italiana trova per uscire dalla palude postbellica, dal solco moralista che nella ricostruzione aveva affidato l’entertainment popolare a motivetti di tutt’altra caratura, dove si diceva grazie dei fior, si evocavano un vecchio scarpone e un’edera, o un binario (triste e solitario)”. Erano gli anni in cui i primi sette Festival di Sanremo premiavano nell’ordine: Nilla Pizzi con Grazie dei fiori (1951) e Vola colomba (1952), Carla Boni e Flo Sendon’s con Viale d’autunno (1953), Giorgio Consolini e Gino Latilla con Tutte le mamme (1954), Claudio Villa e Tullio Pane con Buongiorno tristezza (1955), Franca Raimondi con Aprite le finestre (1956), Claudio Villa e Nunzio Gallo con Corde della mia chitarra (1957), prima di quella necessaria boccata d’ossigeno che fu Nel blu dipinto di blu interpretato da Domenico Modugno e Johnny Dorelli, canzone vincitrice nel 1958.

Buscaglione – dice Gentile – rischiò anche di restare “prigioniero di un cliché”, di quel “fare guascone”, di quell’aspetto da “magnifico smargiasso”, proprio di quelle caratteristiche sulle quali ironizzava in un altro suo pezzo formidabile, Porfirio Villarosa, nel quale metteva alla berlina il re dei playboy dell’epoca, il dominicano Porfirio Rubirosa. In realtà Ferdinando era una persona semplice e ai superalcolici che accompagnavano il suo personaggio preferiva, da buon piemontese, un bicchiere di rosso, magari Barbera.

Ma era ben consapevole del rischio e, negli ultimi anni di vita, è già evidente una svolta, dalle criminal songs alla melodia, con pezzi come Love in Portofino e Guarda che luna (da non perdere la versione di Richard Galliano). Fino a quel Cielo dei bars, in cui con versi profetici canta: “E nell’alba disperata sarà triste rincasare per attendere la notte e poterti ritrovare al fondo d’un bicchiere nel cielo dei bars”. Fred Buscaglione morì all’alba del 3 febbraio 1960, a Roma, all’incrocio tra via Paisiello e via Rossini. Rientrava all’hotel Rivoli, dove occupava, da solo, una singola con bagno. Lo uccise un micidiale scontro con un autocarro. Era a bordo della sua Ford Thunderbird rosa. Aveva 38 anni.

In un’intervista rilasciata a Lietta Tornabuoni poco prima, alla domanda “Che cosa farà quando smetterà di cantare?” aveva risposto: “Spero di non arrivarci mai. Spero di morire prima, prima che muoia il mio successo, nato tanto in ritardo. Un personaggio come me non può invecchiare”. Prigioniero di un cliché.

         

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