“Anime pezzentelle”, primo ciak per la Starace nella narrativa

starace_e“A Napoli la gente affonda e riemerge in continuazione”. In nove parole, appena nove parole, è racchiuso un romanzo. È “Anime pezzentelle” di Elena Starace, pubblicato per il marchio L’Erudita.

In quell’affondare e in quel riemergere, in quell’alternarsi di avversità e fortune, di incontri e di addii, c’è la storia di una famiglia, dal triste prologo di Concetta, rinchiusa in manicomio e privata dei figli, alle vicende incentrate intorno al nipote Stefano, ai genitori, al fratello e alla sorella, all’amata Maria.

Quello di Elena Starace (attrice ventisettenne già affermata: è stata, tra gli altri ruoli, Giovanna Perrone in “Benvenuti a tavola” e Noemi nella prima stagione di “Gomorra”; è Giada Ascione in “Un posto al sole”) è un romanzo appassionato e appassionante, si intuisce fin dalle prime pagine l’appartenenza dell’autrice alla storia, il suo esserne parte. Ed è un omaggio all’ingiustizia patita da Concetta, internata con l’inganno, alla quale vien detto che i suoi tre figli sono stati uccisi dal tifo e invece li ritrova, in punto di morte, felice ma per poche ore.

È Stefano, il nipote di Concetta, a testimoniare quel che succede dopo, a partire dall’innamoramento tra Alfonso ed Elena, suoi genitori, e dalla scintilla scoccata durante le Quattro Giornate di Napoli, nel 1943: “E vincemmo! Vincemmo noi, i napoletani, prima dello sbarco alleato, prima di qualunque popolo italiano, vincemmo per Napoli, perché il cielo ritornasse a essere blu come quello delle cartoline dipinte a mano, perché l’unico fuoco da temere fosse ancora e per sempre quello del Vesuvio, perché le nostre barche potessero ritornare a pescare e la vita a scorrere”, dice Alfonso al piccolo Stefano raccontandogli di quei giorni d’amore e guerra. Seguiranno anni di relativa serenità, anni in cui si rafforza il rapporto tra il padre e il figlio e, nel frattempo, cresce nel ragazzino un sentimento per Maria.

Poi, all’improvviso, la decisione di trasferirsi, di andare a cercare fortuna in America. Siamo nel 1962, e Alfonso si esalta con i suoi familiari: “I primi erano emigranti, noi siamo viaggiatori”.

E, in effetti, il soggiorno statunitense durò poco, circa un anno, giusto il tempo di vivere i giorni dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, di baciare Maria (nel frattempo, anche la sua famiglia era andata a New York) e di lasciarla lì.

Il romanzo segue ancora Stefano, il suo primo lavoro, il suo costante pensiero per l’amata, l’avventura caprese, l’incontro con il disertore americano Charles che non vuole andare in Vietnam. Poi la Germania, poi ancora Napoli.

Elena Starace in questo romanzo (che forse meritava una più attenta correzione di bozze) sa toccare il cuore dei lettori, sa far risuonare le corde della commozione, dell’empatia. Sa raccontare con semplicità e con passione, sa tenere con il fiato sospeso. Sa far vivere le trasformazioni che la nostra società ha vissuto in quegli anni, sa farci partecipi dei cambiamenti in seno alla famiglia di Stefano, di come “affonda e riemerge in continuazione”.

La sua è una prima prova narrativa, già matura. E altre certamente ne seguiranno.

         

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