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Salì al cielo in una grande nuvola tonda

vianUn libro ribelle e indolente come Vian, pieno di passione – come Vian – di giochi di parole (come Vian), di poesia e notti assurde… come Vian. È quanto si legge nella quarta di copertina della raccolta di racconti “Le formiche” di Boris Vian (traduzione di Giulia Colace e Olga Parano nell’edizione di Marcos y Marcos). Sono racconti che irrompono, già dall’incipit, nella testa e nel ventre del lettore. Folgorante la prima pagina di “L’idraulico”, esilarante commedia dell’assurdo:

Non era la scampanellata di Jasmin – lei stava facendo compere in un losco negozio, in compagnia del suo amante. Non era neppure mio zio, morto due anni prima. Il cane suonava due volte e io avevo la chiave. Doveva essere qualcun altro per forza

Ma l’assurdo è, naturalmente, un elemento costante della scrittura di Vian, ribelle già dalla sovversione di qualsiasi canone narrativo, eppure perfettamente coerente e lineare, forse addirittura rigorosa.

Si comincia col racconto che dà il titolo alla raccolta, sprezzante e sarcastico testo puramente antimilitarista, in cui la vita di trincea viene spogliata dell’epica e ridotta all’umanità vera, con un finale amarissimo:

Sono immobile sulla mina. Siamo partiti stamattina con la pattuglia, come al solito stavo in fondo; gli altri l’hanno solo sfiorata, io invece ho sentito uno scatto e mi sono bloccato. Scoppiano soltanto quando si toglie il piede. Ho lanciato agli altri quel che avevo in tasca, ho gridato di andarsene. Sono solo adesso. Dovrei aspettare che ritornino, ma li ho pregati di non tornare: potrei cercare di buttarmi a pancia in giù, ma non vorrei vivere senza gambe. Ho tenuto soltanto il taccuino e la matita. Li lancerò prima di cambiare piede, dovrò farlo per forza, non ne posso più della guerra. E mi stanno venendo le formiche

Non è un caso che Vian fosse stato l’autore di una delle più celebri canzoni antimilitariste (censurata fino al punto di trasformarla, invece, in una canzone pacifista), quel “Le déserteur”, ripreso in italiano – tra gli altri – da Ivano Fossati e dai Mercanti di liquore.

Scorrendo ancora i racconti di questa raccolta, si passa per un’accademia di polizia che usa vecchiette come cavie per i pestaggi, per un musicista ammalato che vende il suo sudore per sbarcare il lunario, per le vicende di uno studente della scuola per marmisti funerari (dove, alla mezzanotte, un rintocco a morto chiama gli allievi alla ricreazione a base di cocktail Grave’s Ghost), in un susseguirsi di storie meravigliose e affascinanti che danno la misura, in qualche modo, anche dell’eclettismo di Boris Vian: jazzista, cantautore, scrittore.

Vian toccò l’ambiente esistenzialista di Jean Paul Sartre e di Simone de Beauvoir, salvo poi farsene beffe nel capolavoro “La schiuma dei giorni”, dove le opere del filosofo Jean Sol Partre diventano oggetto di collezione. Il romanzo ha ispirato al regista Michel Gondry il film “Mood Indigo” del 2013.

Fu membro della Scuola di Patafisica. Tradusse in francese Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Si finse scrittore americano di narrativa noir, con lo pseudonimo Vernon Sullivan, che tanto scandalo gli procurò con il suo “Sputerò sulle vostre tombe”, divenuto subito un best seller, poi censurato e infine causa di una condanna per offesa alla morale (promossa per la prima volta in Francia cento anni dopo il processo a Gustave Flaubert, con la medesima accusa, per “Madame Bovary”) per aver affrontato temi forti come il razzismo, il sesso e la pedofilia.

Vian aveva studiato da ingegnere, ma il jazz fu la sua religione, la tromba il suo strumento (Duke Ellington fu il padrino di battesimo della figlia). Scrisse centinaia di canzoni, suonò la tromba a livelli altissimi (paragonabili ai più grandi esecutori del suo tempo), organizzò serate jazz in frequentati club parigini e collaborò a riviste musicali.

Ma non riusciva a fermarsi mai: le sue passioni lo spingevano, ogni volta, ad affrontare nuove sfide e diversi paradossi, come se fosse stato vittima di un sortilegio fin dalla nascita, avvenuta nei pressi di Parigi, il 10 marzo 1920 sulle scale di una clinica ostetrica chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Fu un bimbo cagionevole e ben presto gli fu predetto che sarebbe morto entro i quarant’anni.

La sua vita sembra dunque segnata da questo destino inevitabile e ciò sembra giustificare anche quella sorta di atteggiamento schizofrenico che lo vide passare dall’amore dolcissimo dei protagonisti di “La schiuma dei giorni” alla violenza brutale di “Sputerò sulle vostre tombe”, scritti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Come ha notato Alexandra Schwartz sul “New Yorker”, è un po’ come se, mentre lavorava a “Il piccolo principe”, Antoine de Saint-Exupéry si fosse divertito a completare “Le 120 giornate di Sodoma”.

Del resto, la stessa Schwartz sottolinea che

Quando Vian terminò ‘La schiuma dei giorni’, firmò e appose la data: Memphis, 8 marzo 1946, e Davenport, 10 marzo […]. Ha datato l’introduzione “New Orleans, 10 marzo”. Nessuna legge della fisica fermò il viaggiatore mentale dall’essere in più posti contemporaneamente

In quella introduzione, per inciso, Vian aveva scritto che solo due cose contano nella vita: l’amore, in tutte le sue forme, per le belle ragazze e la musica di New Orleans e di Duke Ellington…

Siamo giunti al 1959, pochi mesi dopo aver compiuto i 39 anni, ormai a un passo dallo scadere del suo tempo secondo la predizione dei medici. Vian ha lavorato alla realizzazione del film tratto da “Sputerò sulle vostre tombe”. È indeciso fino all’ultimo se concedere la sua firma alla pellicola o ritirarla. Il 23 giugno, a Parigi, è in sala per l’anteprima. Viene stroncato da un attacco cardiaco.

E come il protagonista del racconto “Il gambero”

Salì al cielo in una grande nuvola tonda. Non aveva motivo di andare altrove.

         

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