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“Rockambolés”, l’eleganza dei Guappecartò

guappecarto

Ci sono incontri casuali e colpi di fulmine. Ci sono artisti che lavorano con grande classe e con una sensibilità musicale sopraffina. Ci sono dischi in cui scopri un mondo che ti piace, che appartiene al tuo stesso mondo, e in cui respiri l’atmosfera magica che li ha prodotti.

Poi te li immagini: cinque musicisti in un casolare, una scrittura collettiva, “uno per tutti, tutti per uno” verrebbe da dire se non fosse un omaggio troppo smaccato a quella Francia in cui hanno trovato asilo e dimensione artistica. Sono i Guappecartò, italiani di nascita (un lucano, due campani, un siciliano e un friulano), parigini di adozione. Si sono riuniti per la prima volta nel 2004 a Perugia, quando l’attrice svizzera Madeleine Fischer (magnifica in “Le amiche” di Michelangelo Antonioni) propone loro la realizzazione della colonna sonora del film “Uroboro”: è il battesimo del quintetto, che da allora inizia a girare l’Europa, suona in locali e per strada, lavora ancora per il cinema, propone concerti in versione teatralizzata, collabora con la giocoleria circense.

Compongono, suonano, si muovono, viaggiano. E il viaggio sembra essere una fonte di ispirazione della loro musica, fatta di commistioni difficili da definire: la musica tzigana, certo, per quegli accenti tipici del violino; il jazz, forse; la musica popolare, per quella fisarmonica; la sperimentazione, il tango, il valzer e mettiamoci pure un pizzico di blues. Ma su tutti questi ingredienti c’è la classe, nel senso proprio di qualità, raffinatezza, signorilità, eleganza. Una classe che è, sì, nella musica, ma anche nella presenza scenica, nelle coppole e nei cappelli, nel baffetto, negli abiti con gilet.

Ecco, allora, che i cinque arrivano al terzo album, “Rockambolés”, proprio così, con l’accento sulla “e”, ancora una volta a dare il senso del movimento, del viaggio, della provvisorietà. In questi giorni, i Guappecartò sono in giro per l’Italia a presentarlo e ogni loro concerto si gusta come una Fourme d’Ambert ou Sauternes, dolce, elegante e suadente.

Ci siamo ricascati. Ancora la Francia. Ma forse un interrogativo dovremmo pur porcelo: non sarà, per caso, che i nostri cugini d’oltralpe sono capaci di accogliere meglio di noi e che sanno alimentare l’arte musicale, anche sostenendola nei momenti di difficoltà?

         

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