Quell’estraneo che viveva nel corpo di Ravel

Unravelling Boléro di Anne Adams

Unravelling Boléro di Anne Adams

Inizia un po’ in sordina. Fino a metà procede come un racconto piacevole, non ancora appassionante. Qualcosa però trattiene il lettore: l’aspettativa, quasi inconscia ma più che fondata, di un imminente salto narrativo. E l’attesa non viene delusa.

È questo il breve romanzo “Ravel” di Jean Echenoz (Adelphi). E il protagonista è proprio il grande musicista francese, descritto prima in un suo viaggio americano e poi nell’inesorabile – ma forse provvidenziale – declino. Sarà proprio quel declino, dovuto a una malattia degenerativa del cervello, a farne – secondo alcuni neuroscienziati – un compositore straordinario e a consegnarlo alla fama eterna.

Echenoz racconta la genesi del Bolero, l’opera più nota di Ravel: Ida Rubinstein chiede al compositore di orchestrare alcuni pezzi dell’Iberia di Albéniz per farne un balletto; Ravel ci prende gusto, ma nasce un problema di diritti (perché un certo Arbos aveva già orchestrato gli stessi pezzi). “Me ne frego”, s’infuria Ravel nel racconto di Echenoz. “Tanto vale che componga io stesso qualcosa, farò prima a orchestrare la mia musica che quella degli altri. E poi è solo un balletto, non occorre una forma in senso stretto, in pratica non occorre neanche modulare, ritmo e orchestra basteranno”.

In casa, da piccolo, Ravel ha respirato l’aria della tecnica: il padre era ingegnere ed aveva abbandonato flauto e tromba per dedicarsi alla meccanica, fino a inventare un generatore a vapore, una mitragliatrice, una macchina per fabbricare sacchetti e un’automobile con la quale ideò il “giro della morte”. A Maurice sono sempre piaciute le fabbriche, le macchine, i paesaggi industriali. Ora, componendo il Bolero, sta proprio pensando alle catene di montaggio, al loro ritmo ripetitivo e incalzante. Ne nasce “una partitura senza musica, una fabbrica orchestrale senza oggetto, un suicidio che ha come arma solo l’ampliamento del suono”. Saranno la coreografia, le luci e la scena a rendere tollerabile l’iterazione della frase. Ecco il Bolero, ecco un successo internazionale immediato e duraturo.

Maurice Ravel fu colpito da una grave forma di demenza, a partire dal 1927, quando aveva 52 anni. Il mistero della sua malattia, da allora, ha affascinato schiere di neuroscienziati. Secondo alcuni studi, proprio nel Bolero (composto nel pieno del declino) sarebbe ravvisabile il deterioramento della parte sinistra del cervello di Ravel: prevalgono infatti i timbri orchestrali (elaborati dall’emisfero destro) invece della complessità melodica.

Scartata l’ipotesi della malattia di Alzheimer, giacché Ravel conservò troppa memoria, perdendo invece progressivamente il linguaggio e il movimento, un’altra spiegazione fu fornita nel 2008, quando il New York Times raccontò la storia di una scienziata canadese, Anne Adams, morta di una rara malattia cerebrale. Dopo aver lasciato la carriera scientifica, la donna aveva deciso improvvisamente di dedicarsi all’arte e alla passione giovanile per la pittura. Nel 1994 rimase affascinata dalla musica di Ravel e dipinse Unravelling Bolero, traducendo in forma visiva l’opera musicale. Secondo il neurologo Bruce Miller, dell’Università della California, sia Ravel che la Adams soffrivano, mentre creavano queste opere, di una malattia rara chiamata FTD, o demenza frontotemporale, che ha tra i suoi effetti quello di modificare i collegamenti fra le parti anteriore e posteriore del cervello, generando una specie di torrente di creatività (non più inibita dal lavoro della corteccia frontale).

Sulla malattia di Ravel la scienza fornirà una risposta. La letteratura, con l’originale romanzo di Echenoz, ci offre la suggestione. Ed è straziante la descrizione di un uomo intrappolato nel proprio corpo, di un uomo che “sta perdendo il mondo e con esso i suoi oggetti”.

Quando va a un concerto e viene eseguita una sua opera, a volte chiede se è proprio sua oppure, e non si sa cosa sia peggio, mormora fra sé e sé che in fondo era bella. Sapendo ormai di non poter scrivere il suo nome, quando all’uscita da un concerto un gruppo di giovani si precipita verso di lui a caccia di un autografo […] passa fra loro simile a un automa, quasi non li vedesse né sentisse, ancor più rattristato da questa parvenza altezzosa […] che dalla consapevolezza della malattia.

Ravel continua a dirigere, ma non è più in grado di leggere o scrivere, “non riesce a trovare il pettine posato lì sulla toeletta, non sa più annodarsi la cravatta da solo”. È ormai “vittima di quel declino e suo spettatore attento, sepolto vivo in un corpo che non risponde più all’intelligenza, vede tutto distintamente, e contempla un estraneo vivere in lui”.

Giunto ormai alla fine e prima dell’azzardato intervento chirurgico che lo avrebbe ucciso nel giro di dieci giorni, Ravel

assiste a un altro concerto dedicato alle sue opere per pianoforte, sembra non rendersi neppure conto che è lui che acclamano alla fine. Forse è convinto che le ovazioni siano destinate al collega italiano che gli siede accanto, perché si volta e gli indirizza un meccanico sorriso, con uno sguardo vuoto da far paura. Poi lo portano a cena e lui va dietro agli altri senza una parola, fantasma come al solito elegante…

         

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