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Io SalTo, niente SalMi per me!

Il SalTo 2016

Il SalTo 2016

Il Salone internazionale del libro di Torino, con tutti i suoi limiti, è la più grande e conosciuta manifestazione nel suo genere in Italia. Una guerra fratricida interna a un’associazione che non rappresenta la linfa vitale dell’editoria – quella rete di piccole e medie case editrici che hanno un seguito fidelizzato, che ricercano la qualità a costo di enormi sacrifici e, spesso, anche dei criteri economicistici della produttività – ha deciso di farsi ammaliare dal richiamo della capitale finanziaria d’Italia e di assecondare i desiderata dei grandi gruppi industriali del libro.

A Milano ci sono già delle nuove e ben congegnate manifestazioni editoriali; Milano non ha bisogno di affermare una supremazia in tal modo (e pare che neanche lo voglia); gli editori piccoli e medi non hanno bisogno di una grande Fiera a Rho, la fiera dei megaeditori e dei megadistributori, così come non ne hanno bisogno i lettori e gli operatori del settore.

Tutti costoro hanno bisogno di sentire la vitalità che Torino si è conquistata in trent’anni e che certamente va rinnovata e alimentata, non distrutta.

Tutti costoro hanno bisogno della professionalità che, in tanti anni, il SalTo ha saputo coltivare intorno e dentro di sé.

Come si legge nella “Lettera di sostegno al Salone internazionale del libro di Torino” sottoscritta da centinaia di editori e operatori del settore (tra gli altri: Add editore, Sur, Minimum Fax, Iperborea, Voland, Nutrimenti, Sellerio, Fazi, e/o, Nottetempo, Neo): “La fiera torinese è a tutti gli effetti un patrimonio culturale italiano, percepita sempre più anche dagli operatori editoriali stranieri come momento significativo di incontro, confronto e lavoro comune. Nonostante le problematiche ai vertici della gestione negli ultimi due anni, i dati di presenza di pubblico, di editori, di operatori esteri delle ultime edizioni ci parlano di successo e soddisfazione”.

Aggiungono gli stessi operatori: “[…] il Salone del libro di Torino è una delle rare realtà italiane in cui funziona la consultazione dal basso, la partecipazione allargata, l’accoglimento delle istanze di tutti. Il timore maggiore di uno spostamento in altra città della manifestazione sta proprio nel rischio di perdere questo patrimonio di buone pratiche”.

E concludono: “Senza minimizzare i problemi emersi in ordine ai rapporti con la società di gestione del Lingotto, il nostro auspicio è che vengano affrontati con decisione senza che ciò significhi rinunciare alle competenze di chi ha lavorato molto bene. Non vediamo le ragioni per non impegnarsi a migliorare e modificare gli aspetti che non hanno funzionato in un’esperienza di successo per il mondo editoriale italiano”.

Questa vicenda ricorda il dibattito di qualche anno fa nel mondo del calcio, quando qualcuno parlava di una SuperSerieA riservata al gotha, per non confrontarsi con Pescara, Frosinone, Sassuolo, Atalanta o Avellino (esempi casuali), con quelle realtà cioè che curano i vivai, lanciano i talenti veri e stentano a far quadrare i conti.

Proprio come quel mondo splendido e vivace della piccola e media editoria italiana, che ha la forza di curare il lettore e lanciare grandi scrittori esordienti. E che deve far quadrare i conti. Nonostante l’Aie!

         

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