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I love rock ‘n’ roll

Pelekas (Corfù)

Pelekas (Corfù)

Dicono che la musica mette in moto collegamenti neuronali e attiva parti del cervello che hanno a che fare con le emozioni e i ricordi. Dicono che “quella è stata la canzone del mio primo bacio” o “della mia festa di liceo” non è una frase fatta né una mera associazione di idee. È qualcosa che va ben oltre e tocca corde emozionali profonde, risveglia sensazioni e finanche profumi, riporta alla mente le immagini di volti e sorrisi.

Quell’estate, era il 1989, si decise di andare in Grecia, a Corfù. A vent’anni si ha anche il coraggio di partire senza avere una meta precisa, senza aver organizzato tutto, senza aver prenotato nulla che non sia il traghetto da Brindisi. Eravamo in cinque, ci imbarcammo in quattro perché uno di noi aveva dimenticato i documenti e tornò a casa. Malignammo che avesse finto, che non avesse avuto il coraggio di dirci che ci aveva ripensato e che voleva tornare a casa dalla sua nuova ragazza.

Marco, Giuseppe, Michele e io affrontammo la traversata in cabina. Roba di lusso, per quei tempi e per le nostre possibilità. La notte fu movimentata. Il mare era agitato e ne patimmo un po’ le conseguenze.

Arrivammo di buon’ora al porto di Corfù, di Kerkyra come dicono lì. Non sapevamo dove andare, non avevamo programmato nulla. Ci fermammo a rifocillarci, chiedemmo un po’ ad altri ragazzi o alla gente del posto. Ci fu indicata un’agenzia. Entrammo fiduciosi, quasi imprudenti.

Il tizio ci propose due stanze in un appartamento di quattro, con bagno in comune e senza cucina, a Pelekas, un piccolo villaggio dalla parte opposta dell’isola, a una quindicina di chilometri da Corfù. Ce ne decantò le bellezze naturali, ma soprattutto la vitalità alla quale eravamo maggiormente interessati.

Fummo convinti, pagammo in anticipo e concordammo il viaggio con una specie di taxi. Lì, a destinazione, avremmo dovuto chiedere di un certo bar il cui titolare ci avrebbe consegnato le chiavi.

Eravamo entusiasti. Le stanze si trovavano in un appartamento senza porta d’ingresso. In pratica chiunque poteva arrivare nel nostro bagno e le camere da letto erano chiuse con una normalissima chiave da interni. Non ce ne preoccupammo più di tanto. Ci sentivamo sicuri. E soprattutto felici.

Il villaggio (che si trova su una collinetta) era, in pratica, una sequenza di piccole case divise da una strada in salita che, giunta all’altezza della chiesa ortodossa, girava a gomito e riscendeva verso il mare. A piedi, dalla nostra dimora alla spiaggia, bisognava attraversare un bel bosco di ulivi. Più duro il ritorno.

Lungo la stessa strada c’era il ristorante dove mangiammo praticamente ogni sera e un paio di discobar dove andavamo a ballare, a bere e a (cercare di) rimorchiare. Nessuna presenza che puzzasse di autorità, nessun poliziotto. Solo un perfetto ordine anarchico, tutto al suo posto senza che nessuno lo imponesse, compresa la felicità.

Con Marco eravamo vicini di casa e ci frequentavamo fin da bambini. Siamo cresciuti insieme e insieme eravamo quasi ogni giorno, soprattutto durante le vacanze estive. Giocavamo a pallone, da ragazzini, e a calcetto da più grandi. Quella in Grecia era la nostra seconda vacanza insieme da “adulti”, senza le famiglie insomma.

L’anno scorso Marco se n’è andato, il cuore non ha retto a tante preoccupazioni, a tanti dolori, e il suo carattere allegro non è bastato. Non ci vedevamo più da tempo, ma ho sempre conservato l’affetto e il ricordo di un ragazzo gioioso, sempre pronto alla battuta e all’ironia, mai ombroso. Ricordo le sue mani piccole, con le quali disegnava ampi gesti nell’aria mentre parlava e sorrideva. Ricordo il turista irlandese incontrato al bar di Pelekas, già ubriaco prima di cena, con un sacchetto nero per le immondizie in testa, con aperture per gli occhi e la bocca. E il saluto di Marco: “Uè, munnezz!”, al quale il tipo, Pat, rispose senza capire e si accomodò a bere con noi, un’altra birra, non certo l’ultima della serata.

“I love rock ‘n’ roll”, nella versione di Joan Jett, l’ho riascoltata alla radio qualche giorno fa. Ero in macchina, da solo. Ho sentito lacrime scendermi sul viso. E non capivo. Mi sono fermato lungo la strada, ho chiuso gli occhi e ho rivisto tutto.

C’era il bar dove ballavamo quel disco, con il dito all’insù, come si usava (o almeno, come usavano i tamarri come noi all’epoca). C’era quel grido, “I love rock ‘n’ roll”, che è stato il nostro inno di quella vacanza indimenticabile. C’era il ristorante greco. C’erano le svedesi che rimorchiammo e che, al nostro dichiararci italiani, risposero con commenti poco lusinghieri sulla Berté. C’era la spiaggia dove arrivammo una mattina per accorgerci che era frequentatissima da nudisti e noi ci vergognavamo di avere indosso quei bruttissimi boxer. C’erano i ragazzi inglesi che si erano inventati un salone da barbiere e parrucchiere sulla sabbia, delimitato da sassolini e con una sedia al centro per il cliente. C’erano i vent’anni, certo. Ma c’erano ancora le persone che hanno reso felici quei vent’anni, e gli anni prima, e quelli prima ancora. C’era Marco, il suo viso rotondo, il suo sguardo dolce, il suo sorriso. C’era. E ora non c’è più. E, anche se non ci frequentavamo più come prima, se ne sente la mancanza.

         

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