Domani, domani tutto finirà

rouletteRileggere, oggi, “Il giocatore” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij è un salto nel passato. Ma non nel passato di un mondo, quello del 1867, anno di pubblicazione del romanzo, che si riesce a comprendere con difficoltà. Il salto è piuttosto in un passato recente, un salto di trenta o quarant’anni; un salto agli anni Ottanta, più o meno, al decennio in cui Dostoevskij ha smesso di costituire per i giovani un modello di scrittura. Nel XXI secolo, è un dato di fatto, nessuno osa più cimentarsi con il grande russo, nessuno apre “Delitto e castigo” e men che meno “I fratelli Karamazov”. Così come pochissimi leggono Kafka, altro punto di riferimento per i giovani lettori di quegli anni.

Eppure i personaggi di Dostoevskij sono, quasi sempre, giovani: vite dedicate ai sogni, alla follia del cuore, alla giustizia, all’utopia; vite “maledette”, in un certo senso.

Cosa lo allontana, dunque, dalla sensibilità – direi, dal gusto di oggi? Lo ha detto benissimo Luca Doninelli:

“[…] in nessuna scuola di scrittura che si rispetti si potrebbe proporre Dostoevskij come modello. Il suo stile è una cronica contravvenzione a tutte le norme, anche le più elementari e quasi autoevidenti, il cui rispetto non dico un coscienzioso insegnante di scrittura, ma un coscienzioso maestro elementare pretendono dai loro allievi. In altre parole: Dostoevskij sarebbe stato sicuramente un pessimo allievo per un maestro di scrittura. […] Immagino i rimproveri dell’insegnante: bella quella frase, così fulminante, ma poi perché tutto questo divagare, occorre sostenere quell’intuizione, lavorarci su e così via”.

Quella scrittura, quelle frasi meravigliosamente costruite, quell’elaborazione puntigliosa del pensiero sono l’esatto contrario della velocità che ci viene imposta, sono l’esatto contrario del linguaggio binario dell’informatica (e di Matrix e di Sliding Doors e di Pulp Fiction).

Dostoevskij scrive non per compiacere il suo lettore, ma per sceglierselo, forse addirittura per educarlo e svezzarlo. Così come il “giocatore” Aleksej Ivanovič sembra scegliere il suo destino, ma in realtà “si fa scegliere” dall’irrefrenabile desiderio di rifarsi, prima di “rinascere a nuova vita, resuscitare”.

“Ma… perché poi non potrei risorgere? Sì, basta essere paziente e calcolatore almeno una volta nella vita, ed ecco tutto! Basta almeno una volta non perdere il dominio di sé e in un’ora sola posso cambiare il mio destino! L’importante è il dominio di sé”.

L’importante, dunque, è il dominio di sé. E il lettore accetta la scommessa lanciata dallo scrittore. Il lettore prende “Il giocatore”, inizia a sfogliarlo tra mille dubbi, teme che gli sarà ostico. Ma poi si decide: “Perché non potrei risorgere?”

E lo legge, non certo “tutto d’un fiato” come si usa dire nella critica giornalistica, ma col respiro ampio della scrittura di Dostoevskij. Alla fine, su quell’ultima riga (“Domani, domani tutto finirà!”), la domanda di Aleksej Ivanovič viene assimilata: “E cosa sarebbe successo se quella volta fossi stato vile e non avessi osato?”

         

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