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Bette Davis Eyes e lo sguardo di Sofia

Ha gli occhi di Bette Davis, i capelli dorati di Jean Harlow, è pura come la neve di New York, sospira distaccata come Greta Garbo. Parole di una delle hit del 1981, “Bette Davis Eyes”, interpretata da Kim Carnes. Erano gli anni in cui la classifica italiana metteva in evidenza un abisso pauroso tra il nostro livello musicale e quello dell’estero, seppure con qualche fenomeno passeggero. Erano gli anni di “Tunnel of love” dei Dire Straits e di “Sharazan” di Al Bano e Romina Power. Erano gli anni del “Gioca Jouer” di Cecchetto, di “Woman in love” di Barbra Streisand, di “On my own” di Nikka Costa, di Lio e del suo “Amoureaux solitaires”, di “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri, di “Enola Gay” della Omd, di “Hop hop somarello”.

“Bette Davis Eyes” è ormai un classico del pop-rock internazionale. La voce graffiante e graffiata di Kim Carnes, che ricordava il modo di cantare di Rod Stewart, l’ha caratterizzata e l’ha resa celebre. A nulla sono valse le successive cover, alcune anche apprezzabili (compresa quella di una sensualissima Gwyneth Paltrow), mai tuttavia quanto la versione dell’americana Kim.

Il testo è forse tra i più misteriosi della musica recente. La protagonista è una donna bellissima e volitiva, capace di tenere in pugno un uomo e di soggiogarlo. È forse la storia di un tradimento, dunque; la storia di un compagno che si è fatto ammaliare dagli occhi di una bionda e ha lasciato la sua donna. E le stesse doti della bella tentatrice (gli occhi, i capelli) assumono, man mano che si procede nel testo, le caratteristiche di qualità negative, proprio come la “purezza” della neve di New York e l’atteggiamento arrogante di Greta Garbo. Ella ti rigira come le pare, ti usa come un dado, è feroce. “She’ll lay you on the throne”: “ti porrà su un trono”, ti tratterà come un re… ma anche “ti lascerà sul cesso”. Però ha gli occhi di Bette Davis.

E poi c’è qualcuno che, in questo testo misterioso, ha visto un riferimento alle metanfetamine: bionde (di colore giallo), pure come la “neve”, che ti fanno diventare arrogante e ti soggiogano, ti danno quel senso di onnipotenza (ti fanno sentire un re) e ti prostrano (ti lasciano sul cesso). E quel titolo, che scritto è appunto “Bette Davis Eyes”, suona allo stesso modo di “ice”, il nomignolo con cui venivano indicate quelle sostanze.

In ogni caso, insieme allo storico album dei Dire Straits dello stesso anno, “Bette Davis Eyes” fu parte della colonna sonora dei miei dodici-tredici anni. Oggi, a quell’età, andiamo a “mirar” Sofia e, “sin tu mirada”, senza il suo sguardo (non quello di Bette Davis e neanche quello di Greta Garbo), andiamo comunque avanti.

         

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